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L’ETF è sempre più strategico


L’industria mondiale degli ETP strategic beta gira a pieno ritmo. Questi strumenti (comunemente detti smart beta), che hanno benchmark differenti da quelli tradizionali a capitalizzazione e mirano ad ottenere rendimenti migliori o un rischio più basso, sono saliti del 23% tra giugno 2015 e lo stesso mese del 2016, a quota 1.123. L’ultima Global guide to Strategic beta Exchange traded products, pubblicata da Morningstar a settembre, stima un patrimonio gestito complessivo di 550,5 miliardi di dollari (+6%). 

Nuovi attori

I tassi di crescita sono superiori a quelli dell’intera industria degli ETP (Exchange traded product) e sono generati da un incremento dei flussi, dal lancio di prodotti e l’ingresso di nuovi attori, alcuni dei quali provenienti dalla gestione attiva. Il fenomeno è particolarmente evidente negli Stati Uniti, che rimangono il principale mercato a livello mondiale, con l’89% degli asset complessivi. Segue a grande distanza l’Europa con il 7,4%, pari a 40,7 miliardi di dollari di masse.

La strategia più popolare nella gran parte delle regioni esaminate (Usa, Canada, Europa, Asia-Pacifico ed emergenti) è quella orientata al dividendo (dividend screened/weighted). Tuttavia, nell’ultimo anno, gli approcci legati alla volatilità (low volatility/minimum variance) hanno guadagnato terreno. Se ne contano oggi 61 in tutto il mondo per un patrimonio gestito di circa 47,5 miliardi.

Costi in discesa

“Uno degli elementi comuni a livello mondiale è l’aumento della complessità degli indici sottostanti”, spiegano gli autori del report che sono parte del team Morningstar di ricerca sulle strategie passive. “Il tentativo è quello di inserire elementi del pensiero di un gestore attivo all’interno del benchmark; il che richiede sempre più attenzione da parte degli investitori nella valutazione e comprensione dei prodotti”.

La crescente competizione sul mercato ha cominciato a creare pressioni sui costi. Nel corso dell’ultimo anno, si sono registrati alcuni casi di riduzioni aggressive delle commissioni, ma gli analisti prevedono che il fenomeno sia destinato ad espandersi quest’anno.

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Europa e Usa a confronto

L’industria europea degli strategic beta non ha le dimensioni di quella americana, ma continua senza sosta la sua espansione. Secondo il report di Morningstar, l’incremento del patrimonio è stato del 25% negli ultimi dodici mesi (a fine giugno 2016), con quota 40 miliardi di dollari. In quattro anni, gli asset si sono quadruplicati. A differenza degli Stati Uniti, che hanno raggiunto uno stadio più maturo (+4% l’aumento delle masse nello stesso periodo), il Vecchio continente è ancora in una fase di sviluppo. 

Gran parte della crescita è imputabile alle nuove sottoscrizioni di questi prodotti. Morningstar stima flussi netti per 8,6 miliardi nell’ultimo anno (a giugno 2016). La loro ascesa ha sottratto quote di mercato agli ETP tradizionali: oggi rappresentano il 7,5% del totale (erano il 6,3% un anno fa). I dati più recenti sulla raccolta, tuttavia, hanno fatto emergere un ridimensionamento di questo trend nel terzo trimestre 2016. Su un ammontare di flussi netti complessivi degli ETP europei di 18 miliardi nel periodo luglio-settembre, “solo” 2,4 miliardi sono andati negli strategic beta, il che corrisponde a un contributo di circa il 13% al totale, contro il 25-30% dei trimestri precedenti.

Debutti e chiusure in Europa

Oltre alle masse, negli ultimi dodici mesi si è espansa l’offerta, con il debutto di 58 nuovi prodotti, prevalentemente di tipo azionario. “Abbiamo assistito a una crescita della complessità”, si legge nel report. “In particolare, sono arrivati sul mercato una varietà di fondi multi-fattoriali, che combinano l’esposizione a diverse strategie”. 

Non tutti gli ETP però riescono a sopravvivere. Al contrario, nel periodo considerato sono raddoppiate le chiusure rispetto ai dodici mesi precedenti (23 in tutto). È stato colpito dalle liquidazioni soprattutto il segmento dei fondi basati su indici fondamentali, dove sette hanno cessato di esistere. Gli analisti di Morningstar sono convinti che sia un segnale di maturazione del mercato, per effetto di una “selezione naturale” di quei prodotti che non riescono ad attrarre sufficienti masse.

CLASSIFICA EUROPEA DEGLI ETFS STRATEGIC-BETA PER APPROCCIO
Fonte: Morningstar Direct. Morningstar Research.Dati al 30 giugno 2016.

Approccio # Di Etp Asset ($Bil) % Di Asset
Dividend-Screened-Weighted 48 17,6 43,2
Low/Min. Volat./Variance 19 7,7 18,9
Multifactor 60 5,2 12,7
Nontraditional Commodity 61 2,9 7,2
Quality 14 2,4 5,8
Value 19 1,8 5,5
Equal-Weighted 11 1,3 3,2
Nontraditional Fixed Income 12 0,6 1,6
Fundamentals-Weighted 6 0,3 0,8
Momentum 5 0,3 0,7
Growht 5 0,2 0,5
Expected Returns 2 0,2 0,4
Buyback/Shareholder Yield 2 0,1 0,2
Multiasset 1 0,1 0,1
Low/High Beta 1 0 0,1
Risk-Weighted 2 0 0,1

 

Dividendi e volatilità

Le strategie più popolari in Europa continuano ad essere quelle orientate ai dividendi, che coprono il 43% del mercato degli strategic beta. Tuttavia, altri approcci si stanno facendo strada, tra cui quelli low volatility/minimum variance, che oggi rappresentano il 19% del totale (13% nei dodici mesi precedenti), e i multi-fattoriali, passati dal 7 al 13%. Per contro, rimane ancora piuttosto inesplorata l’area del reddito fisso, dove la maggior parte delle strategie sono orientate alla qualità o equal-weighted.

iShares domina il mercato

Tra gli emittenti, iShares (gruppo BlackRock) è quello con la più alta quota del mercato degli smart beta (44% a giugno 2016), seguito da SPDR, che deve gran parte del suo successo a SPDR S&P US Dividend Aristocrats ETF, e da Source, che nel periodo considerato ha beneficiato del successo dell’Etf multifattoriale Goldman Sachs Equity Factor Europe ETF. L’industria, tuttavia, è in piena evoluzione, non solo per l’ingresso di nuovi operatori, ma anche per le pressioni al ribasso sui prezzi. L’ingresso di Vanguard in Europa ha dato una spinta in questa direzione, anche se i suoi Etf sono “attivi” e non “strategic beta”. Dall’altro lato, però, gli emittenti hanno sviluppato prodotti più complessi a costi maggiori, che hanno bilanciato i ribassi su altri strumenti. Il risultato è una stabilizzazione delle fee intorno a una media ponderata per gli asset dello 0,39%. 

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