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Joseph Stiglitz, per salvare l’Europa meglio dividerla in due. Italia banco di prova


Mentre l’inflazione nell’eurozona a luglio si è attestata a +0,2% su base annuale, dato ancora decisamente lontano dall’obiettivo del 2% fissato dalla BCE, c’è chi crede che l’Europa non sia destinata a durare. Provoca Joseph Stiglitz, il premio Nobel amato dagli scettici, mentre parla di divorzio possibile all’interno della zona euro. Piacerà dunque ai critici dell’euro il libro di uno degli economisti più noti del globo, appena uscito in inglese (“The euro and its Threat to the Future of Europe”). Sta di fatto che il co-vincitore del Nobel 2001 offre un ventaglio di proposte.

Commenta: “il sistema euro è stato creato con la migliore delle intenzioni per creare un’Europa unita che assomigliasse agli Stati Uniti. Guardando al di là dell’oceano hanno visto che la moneta unica funzionava e hanno pensato di poter replicare il modello ma noi, a differenza dell’Europa, abbiamo molte istituzioni in comune, a cominciare da un unico sistema bancario nonostante ci siano grandi differenze tra i diversi Stati americani. Quando la Washington Mutual crollò nel 2008 non fu certo lo stato di Washington a pagare perché, se così fosse stato, sarebbe andato in bancarotta noi avevamo la Federal Deposit Corporation e la questione fu un problema nazionale”. L’Europa è un sistema particolare, nato con l’obiettivo di avvicinare i paesi “ma che in realtà li sta lentamente allontanando. Mi spiego: se la Spagna ha un problema e deve salvare le proprie banche, il paese si indebolisce e i flussi di capitale si spostano al di fuori dei confini iberici, verso la Germania e ciò significa che la Germania si rafforza e il gap con la Spagna si allarga dato che la sua abilità di supportare le banche si indebolisce. Il risultato è che i tassi spagnoli di interesse salgono in un maligno circolo vizioso”.

Ci sono passi da fare come la costituzione di un sistema bancario europeo? “Questo è il problema. Se non c’è la volontà politica di fare certi passi avanti come si può uscire da questa situazione? Secondo me ci sono vari scenari. Il primo una sorta di risoluzione amichevole dove ciascuno va per la sua strada e un secondo che è una via di mezzo e che mi piace chiamare Europa flessibile con un Europa del nord e una del sud che coordinate in modo da collaborare economicamente cosi facendo in 20 anni (forse) le istituzioni saranno sviluppate a tal punto che si potranno guardare in faccia in presenza di tassi di interesse simili tra le due zone per un periodo di espansione prolungata. E dirsi: ecco ce l’abbiamo fatta. Ora finalmente possiamo condividere la stessa moneta senza gli effetti devastanti che stiamo vedendo in questi giorni”.

Quanto di quel sentimento antieuropeo è davvero sviluppato? “In molti paesi ci sono segmenti della popolazione contro l‘euro e contro l’Europa unita e altri che invece sono pro Eurozona. Il problema è che quando c’è la stagnazione economica la fiducia nei partiti moderati si indebolisce”. C’è un Paese in particolare che potrebbe essere il catalizzatore della crisi? “L’Italia ha un problema legato alle banche. L’Europa ha messo in campo nuove regole in merito che sembrano ragionevoli. Sembrano, appunto. Perché ciò che vale in media per tutti i paesi può non valere per un paese specifico, proprio a causa della diversità tra i membri. In generale c’è l’idea che se una banca fallisce pagano azionisti obbligazionisti e poi, solo se tutto questo non dovesse essere abbastanza, interviene lo stato. Il problema è che in Italia le obbligazioni non sono state comprate dai grandi fondi o dalle persone ricche ma da persone comuni. E, se in una situazione come questa, si permette che vegano colpiti i cittadini allora il colpo può essere molto forte. Soprattutto se è stato detto, al momento della vendita, che quei bond avevano una garanzia statale. Il vostro referendum sarà significativo”, conclude.

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