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Il tramonto del segreto bancario in Svizzera


È finito il segreto bancario in Svizzera. Per legge. Il Paese elvetico, che gestisce il 25% del patrimonio straniero depositato su ben 266 banche, con il 2017 cambia passo. Quella che è stata, per anni, la cassaforte di mezzo mondo dove l’identità era severamente protetta e l’origine dei fondi - spesso illecita - salvaguardata, ora è un deposito come un altro, solo con una tassazione più interessante. Il segreto svizzero, del resto, per decenni è stato la fortuna economica della nazione alpina. Ora è entrato in vigore il nuovo accordo sulla fiscalità del risparmio tra Svizzera e Unione Europea. Un trattato che introduce lo scambio automatico d’informazioni fiscali sulla base degli standard internazionali elaborati dall’Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Ecco che quindi, a partire dal 1 gennaio 2017 le banche elvetiche hanno iniziato a raccogliere i dati sui clienti con domicilio fiscale all’estero. A seguire, li trasmetteranno all’amministrazione federale delle contribuzioni che nel 2018 li inoltrerà alle autorità fiscali dei Paesi membri dell’Unione Europea e a quelle di altri 28 Stati firmatari dell’accordo. Una decisione, quella di uscire dal segreto bancario, un po’ forzata, dato che la Svizzera da tempo riceve numerose pressioni da parte di Ue, Ocse e Stati Uniti e si è vista addosso la scure di potenziali pesanti sanzioni. Ecco perché a maggio 2016 ha accettato il nuovo accordo.

Dal 2018, inoltre, lo scambio d’informazioni “sarà automatico e concernerà nome, indirizzo, data di nascita e codice fiscale dei contribuenti, come pure importi di interessi, dividendi, redditi derivanti da contratti assicurativi o dalla vendita di attivi finanziari e saldi di conti bancari”, fa sapere un funzionario di una banca svizzera che preferisce rimanere anonimo. Ecco che il pressing dei Paesi più potenti al mondo ha, dunque, dato i suoi frutti. I Paesi che ancora garantiscono l’anonimato ai loro clienti stranieri stanno, in forme e tempi diversi, adeguando la loro legislazione.

Una scelta quasi obbligata, dato che l’aut aut del Gafi (il gruppo azione finanziaria del G20) è molto chiaro: chi non rinuncerà a garantire riservatezza ai clienti, è inserito nella cosiddetta black list. Sia chiaro, i traffici illeciti continuano, così come lo spostamento dei denari, ma ora la pratica si sta facendo più complicata e più onerosa. Stanno quindi cadendo, uno dopo l’altro, i bastioni del segreto bancario. Insieme alla Svizzera, infatti, anche Lussemburgo e Austria, che in ambito Ue erano i Paesi che più tutelavano la privacy dei correntisti, hanno dovuto accettare lo scambio automatico di informazioni.

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