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Lavoratori e previdenza complementare? Tutto fallito


Le voci che si rincorrono sulle possibili novità riguardanti la previdenza complementare che potrebbero essere introdotte da Dl Stabilità sono molte e relative a diversi aspetti che possono, con minor o maggior efficacia, generare la consapevolezza del bisogno di dotarsi di previdenza complementare. Dalla riduzione della tassazione dei rendimenti previdenziali attuali, all’aumento del plafond di deducibilità dal reddito dei versamenti annuali destinati alla previdenza complementare, alla destinazione obbligata di parte del TFR dei lavoratori.

In merito a quest’ultimo aspetto è necessario sottolineare come tale previsione sia già stata introdotta nel 2007 con l’entrata in vigore del decreto legislativo 252 e non limitatamente ad una sola “parte” di TFR ma al 100% per tutti i lavoratori che avevano iniziato a lavorare dopo il 28 aprile 1993 e privi di previdenza complementare.

I fatti dimostrano che a distanza di quasi 10 anni, il tentativo di avvicinare i lavoratori al mondo della previdenza complementare con una forma di “obbligatorietà” abbia fallito. Sicuramente sono stati anni difficili dal punto di vista economico, anni in cui le capacità di risparmio individuale si sono fortemente contratte, ma non si può ignorare che, comunque, la maggior parte dei lavoratori impattati dalla norma entrata in vigore il 1° gennaio 2007, abbia scelto di mantenere il TFR in azienda in un momento economico in cui il rischio di crisi aziendale non era mai stato così alto.

Amundi SGR opera nel settore della previdenza complementare da oltre 15 anni ed è stata scelta da 35.000 lavoratori italiani come partner nella consulenza e nell’offerta di soluzioni previdenziali collettive e individuali. A nostro parere rendere “indispensabile” l’investimento previdenziale, attraverso i già esistenti e collaudati strumenti di previdenza di II e III Pilastro, non può passare né con l’obbligo né con il solo contributo dei lavoratori tramite il proprio TFR, considerato anche che non tutti i lavoratori godono di questo istituto (basti pensare ai lavoratori autonomi o ai giovani alla cui previdenza devono pensare i loro genitori).

La costruzione della propria previdenza complementare, proprio perché deve differenziarsi sostanzialmente da quella pubblica obbligatoria, deve essere promossa a livello istituzionale, in regime di libera concorrenza vigilata, in modo che tutti possano scegliere lo strumento più adatto alle proprie esigenze personali e lavorative.

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