Il superdollaro è tornato


La moneta unica ed il dollaro sono ormai prossimi alla parità, dopo un irresistibile apprezzamento della divisa americana che solo a maggio dell’anno scorso quotava 1,40. Guardando il grafico che sotto abbiamo allegato possiamo notare che un calo di 30/35 figure si è verificato solo in altre due occasioni : dopo l’esplosione della crisi dei mutui subprime in America, che riportò in patria massicci flussi di valuta velocemente disinvestiti soprattutto dai mercati emergenti, e nel primo trimestre del 2010 quando l’esordio della crisi del debito greco provocò un brusco calo della moneta unica. A parte questi due episodi, tra l’altro abbastanza velocemente riassorbiti dal mercato , il primo con il varo delle misure del primo QE della Fed, il secondo con le gestione del parziale default greco sul debito privato, mai si era assistito ad un trend impetuoso come quello attualmente in atto.

Ma il cambio euro/dollaro può scendere ancora? E se si, dove può arrivare?

Molte case di investimento internazionale non puntano più ormai solo alla parità, vista in raggiungimento già quest’anno, ma si spingono ad ipotizzare una moneta unica inferiore al biglietto verde, con obiettivi a ridotto dei minimi storici visti nel lontano 2000 in area 0,85. Certamente fino a che permangono le attuali condizioni economiche e monetarie, è difficile ipotizzare che si possa assistere ad una inversione del trend. La BCE si è spinta laddove pochi avevano ipotizzato solo un anno fa e l’avvio degli acquisti dei bond sovrani inonderà il mercato di nuova liquidità per un importo mensile di 60 miliardi di euro. Sul fronte opposto la Fed sta misurando la propria pazienza prima di compiere il grande passo ed avviare una politica monetaria restrittiva, in seguito ai buoni segnali di ripresa che l’economia sta dando ormai da diversi trimestri, nonostante al momento manchino sia segnali di rialzo dei prezzi dei beni, sia rialzi dei salari che solitamente preludono ad un aumento dell’inflazione.

Tornando in Europa è fuori discussione che l’indebolimento della moneta unica sia gradito ai paesi europei e a Draghi che, a ragione, ritiene che il cambio debole possa aiutare la ripresa dell’Eurozona via export. L’economia americana intrattiene con molti paesi europei un interscambio commerciale anche abbastanza importante ed è lecito ipotizzare che una flessione dei prezzi della merce europea possa favorirne un aumento della domanda da parte dei paesi importatori. Se osserviamo la tabella sottostante possiamo vedere i principali quindici partners commerciali degli Stati Uniti ai dati di fine 2014.

Per circoscrivere la riflessione all’ambito EUM, abbiamo evidenziato in rosso l’interscambio di Germania, Francia e Italia, nei cui confronti gli Stati Uniti sono molto più compratori che venditori, già a livelli di cambio nettamente superiori ai prezzi attuali. C’è da dire che solitamente l’effetto cambio si manifesta spesso in modo ritardato nel tempo e non sempre gli esportatori decidono di tagliare subito i prezzi per allargare la quota di mercato ma a volte mantengono i listini e realizzano maggiori margini. E’ lecito però supporre che un cambio mediamente intorno alla parità nei prossimi trimestri (0,90-1,10) possa generare un considerevole aumento del flusso di esportazioni verso gli Usa con impatti positivi sulla crescita dei paesi euro. Dato per certo il proseguimento del QE da parte della Banca centrale europea per i prossimi diciotto mesi, solo un radicale mutamento della politica della Fed potrebbe a nostro avviso arrestare il trend di rafforzamento del dollaro. Qualora infatti l’economia USA desse segnali di rallentamento e di difficoltà , la banca centrale potrebbe quanto meno rimandare, se non addirittura sospendere l’avvio della politica rialzista dei tassi americani, togliendo alla valuta il sostegno delle aspettative rialziste di politica monetaria, ma al momento questa ci appare come un’ipotesi prematura, se non addirittura remota.

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