Il ruolo della geopolitica negli investimenti in Paesi emergenti


Le dispute territoriali e le decisioni politiche stanno guadagnando una crescente influenza sui mercati, in particolare con l'aggiunta della volatilità di fronte alla minore fiducia degli investitori in alcune regioni. La geopolitica è stata l'oggetto di analisi durante il Macro Advisory Forum di Pioneer Investments.

Hanno partecipato al Forum Jonathan Fenby, analista specializzato in Cina, Larry Brainard, chief economist e il direttore del dipartimento di analisi per la Russia, Christopher Granville. Hanno collaborato anche tre analisti del provider indipendente di informazioni su Paesi emergenti Trusted Sources. 

Medio Oriente

Probabilmente è la regione che offre maggiori segnali di preoccupazione. Storicamente è stata una zona di grande instabilità geopolitica a causa delle divisioni tra arabi ed ebrei e tra gli stessi paesi arabi. Il conflitto è passato ad un livello più grave con l'emergere del gruppo jihadista dello Stato Islamico che ha approfittato della instabilità di Iraq e Siria per estendere il proprio dominio.

Recentemente, lo storico accordo tra l'Iran e gli Stati Uniti ha ridato speranza alla regione. Secondo gli autori del rapporto, "in termini politici ci stiamo muovendo verso un mondo multipolare, piuttosto che verso un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti". In questo contesto, viene scartata la possibilità che l'Iran e gli Stati Uniti tornino a mantenere rapporti così stretti come quelli previ alla rivoluzione degli ayatollah del 1979, anche se gli esperti ritengono che il nuovo accordo rappresenta "un riallineamento profondamente importante". Altre fonti di multipolarismo sono state rilevate nel crescente interesse dei curdi in Iraq, Siria e in altri territori, come ad esempio i piani del governo regionale del Kurdistan di emettere obbligazioni o l'avanzare del partito filo-curdo HDP nelle prossime elezioni turche.

Un altro fattore di cambiamento negli ultimi anni ha a che fare con le alleanze strategiche tra Stati Uniti e i paesi produttori di petrolio della regione, in particolare l'Arabia Saudita. Grazie alle moderne tecnologie di estrazione dello shale gas, gli Stati Uniti hanno raggiunto l'indipendenza energetica; inoltre, l'eccesso di stock causato dalla maggiore produzione - l'OPEC si è rifiutata di ridurre la produzione - ha modificato l'offerta, causando un petrolio più conveniente. Gli esperti ritengono che la combinazione di questi fattori porterà a "un greggio che rischia di rimanere intrappolato nell'attuale fascia di prezzo almeno per un po'". Ed ora che gli Stati Uniti tengono le redini del loro approvvigionamento energetico, gli esperti ritengono che i legami con l'Arabia Saudita "sono molto meno necessari".

Le conseguenze derivanti da una riduzione dei prezzi sono che "alcuni paesi del Golfo Persico potrebbero non essere in grado di equilibrare i loro bilanci, e ciò li costringerebbe ad adottare misure di austerità o a finanziarsi nel mercato". Iran gioca un ruolo chiave a questo punto, essendosi posto l'obiettivo di aumentare la produzione dagli attuali 3 milioni di barili al giorno ai 4.7 milioni. Gli esperti di Trusted Sources ritengono si potrebbe raggiungere questo livello di produzione nel 2019 se aumentano gli investimenti nel settore, anche se non credono che sia un punto di svolta per i prezzi del petrolio a livello mondiale. Lo scenario base di Pioneer per i prossimi 12 mesi è che i prezzi del petrolio rimangano nella fascia tra i 45 e i 65 dollari.

Cina

Gli esperti sottolineano il crescente nazionalismo nel Paese, che descrivono come "uno strumento domestico utile per i governi della regione" (è stata rilevata questa tendenza anche in Giappone e in Vietnam), in questo caso per rivendicare territori marittimi nel Pacifico. Un altro obiettivo dei cinesi è quello di trovare finanziatori per progetti di infrastrutture nel Sud-Est asiatico", il che porta a un nuovo tipo di concorrenza con il Giappone, che è stato tradizionalmente il più grande investitore della zona".

Attualmente, i due grandi progetti cinesi sono la cintura economica attorno alla Via della Seta e alla Via della Seta Marittima. "Non solo combinano ambizioni geopolitiche e geo-economiche, ma servono anche all' interesse economico nazionale nella fornitura di ordini a settori domestici con capacità in eccesso", dicono gli analisti. Secondo Trusted Sources, i grandi progetti di investimento che la Cina ha in mente - che interessano non solo il suo territorio, ma anche quello dei paesi limitrofi - potrebbero essere una sorta di Piano Marshall asiatico. "L'investimento non solo aiuterà la regione a crescere, ma avrà un impatto positivo sulla crescita globale".

Per quanto riguarda l'effetto delle riforme strutturali, gli esperti commentano in primo luogo che "la campagna anti-corruzione mostra che vogliono riformare le imprese statali con gestori più efficienti, ma senza aprirle alla concorrenza". Inoltre indicano che le autorità cinesi "vogliono usare il dinamismo del mercato per modernizzazione, ma allo stesso tempo,  per aumentare il dominio dello Stato". C'è anche la questione della liberalizzazione del renminbi da includere nella lista delle valute del FMI con diritto speciale di prelievo e, in ultima analisi, per raggiungere lo stesso status del dollaro, l'euro e lo yen.

L'ultima questione ha a che fare con l'introduzione di partenariati tra pubblica amministrazione e imprese private (PPP) per gestire il debito dei governi locali, anche se gli esperti ritengono che questa proposta "potrebbe minare il loro modello di capitalismo di Stato". Gli analisti di Trusted Sources hanno avvertito durante il forum che la Cina vuole ridefinire il PPP, per cui non è chiaro se le obbligazioni municipali saranno accessibili anche per gli investitori internazionali.

Russia

"La Russia non è un paese in via di sviluppo, ma piuttosto un paese che non è riuscito a svilupparsi a causa di una storia di cattiva allocazione delle risorse durante decenni", commentano gli esperti di Trusted Sources. La Russia, intrappolata dalle sanzioni dopo la disputa territoriale con l'Ucraina, ha però agli occhi degli analisti un grande potenziale per migliorare l'investimento sulla produttività. Affermano ciò sulla base di documenti del FMI che dimostrano che la crescita russa nel XXI secolo non è stata sostenuta esclusivamente dalle entrate petrolifere, ma due terzi della crescita del Paese hanno fatto affidamento sulla produttività.

Quindi, credono che la sfida di fronte alla quale si trova ora il paese è quella di aumentare gli investimenti per continuare a crescere. Per raggiungere questo obiettivo, tra le altre misure, propongono di "lasciare la terra a maggese, far in modo che si sviluppi il mercato immobiliare, migliorare gli investimenti di capitale per le attrezzature, aumentando la mobilità del lavoro e ridistribuire la forza lavoro per impieghi più produttivi."

Per gli esperti di Trusted Sources, il mercato immobiliare e il reinvestimento nel proprio paese invece dell' acquisto di immobili all'estero - sono famosi gli acquisti di case a Londra da parte di russi milionari - "è molto più importante del prezzo del petrolio. E' più importante che l'Ucraina. E addirittura più importante che i politici". L'elemento sfavorevole è la riluttanza degli imprenditori russi ad investire nel paese dato l'attuale contesto.

Gioca contro anche il lungo periodo di governo di Vladimir Putin. "Avere un leader per così tanto tempo può significare che il paese non ha il motore per il tipo di cambiamento strutturale che possa stimolare gli investimenti", dicono gli analisti. "La Russia sta usando una politica monetaria abbastanza ortodossa e una struttura fiscale per affrontare queste sfide, che rendono il paese un buon mercato per il fixed income", dicono nonostante tutto gli esperti. A loro parere, il compito del governo è quello di eseguire "la transizione verso un nuovo modello di crescita".

Per quanto riguarda la questione con l'Ucraina, gli esperti ritengono che la Russia voglia aumentare le sue riserve di valuta estera fino a mezzo miliardo di dollari, con l'aspettativa che il conflitto si prolunghi. Le sanzioni dell'UE sono state estese per altri sei mesi, il che supporta l'idea che il conflitto potrebbe ristagnare. Secondo gli analisti di Trusted Sources, questo scenario racchiude notizie relativamente buone per i mercati, soprattutto rispetto a 15 mesi fa, visto che è stata gradualmente riaperta la finestra di emissioni per le imprese russe.

 

Società

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