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Il mercato israeliano apre ai fondi esteri


Sempre affamati di nuovi mercati dove distribuire i propri fondi, gli asset manager internazionali dovrebbero probabilmente festeggiare poiché finalmente un nuovo mercato apre le sue porte ai fondi stranieri (sia Ucits che both Ucits and US 1940 Act). Fino ad oggi l’unica via accessibile per il mercato israeliano era il private placement, con il limite di tipo e numero di controparti; ma dal 30 settembre di quest’anno i fondi stranieri potranno finalmente richiedere l’accesso all’Autorità locale (ISA) mediante il procedimento di registrazione. Il bisogno di diversificare la gamma di prodotti a disposizione del risparmiatore finale, che si trasformerà poi in una buona opportunità anche per i distributori locali, è la ragione principale dietro questa apertura.

Tipo di investitori
Gli investitori israeliani sono tradizionalmente propensi al rischio, sempre alla ricerca di prodotti ad alto dividendo o performance. Mercati emergenti, strategie complesse, prodotti alternative o a leverage fanno parte della cultura finanziaria locale, della normale domanda di mercato, è sembra difficile vedere una domanda per prodotti passivi.Considerando che Israele è un paese molto high tech, la maggioranza degli investitori tende a monitorare gli investimenti direttamente da telefonini/Ipad e strumenti similari : è rara la clientela che si affida ad un financial advisor di famiglia.

Un ingresso volutamente selettivo
Il criterio imposto è stringente e di fatto erige una barriera di ingresso molto alta. In altre parole, Israele non si posiziona come un mercato aperto a tutti i gestori, ma solo a quelli di una certa dimensione, con un business stabile e consolidato da oramai diversi anni,  che intendono sviluppare una strategia di medio/lungo termine  e possono quindi sostenere i costi - comunque significativi rispetto ai parametri europei a cui siamo normalmente abituati - per la registrazione e l’ingresso. 

Criteri per entrare nel mercato 
Come parte del processo di autorizzazione imposto dal Regolatore locale, i fondi devono avere le seguenti caratteristiche:

  1. Produrre una richiesta formale nei confronti dell’Autorità locale, incluso un supplemento in ebraico al loro Prospetto. Le richieste  devono essere ovviamente in ebraico, mentre i documenti inerenti al fondo anche in inglese, obbligando le società a chiedere il supporto di avvocati locali.   
  2.  Fornire la garanzia di 1 mln di NIS (+/- 250,000€), e un deposito presso una banca locale. 
  3. Nominare un rappresentante locale, che possa agire come “punto di contatto” con l’Autorità di tutela. 
  4. Richiedere una tax ruling per i fondi che si intende commercializzare (a livello di trattamento fiscale). 

Conclusioni
Caro e burocratico, con un potenziale di soli sette milioni di persone il mercato israeliano non sembrerebbe a prima vista molto attraente. Quindi la domanda nasce spontanea : val davvero la pena intraprendere una tale avventura? Senza alcuna pretesa di poter predire il futuro, crediamo che alcune considerazioni siano comunque utili per chiarire la domanda : le barriere all’ingresso 'filtreranno' probabilmente solo le grandi società di gestione, mentre quelle medio/piccole verranno lasciate fuori (momentaneamente?); parrebbe ,quindi, che la competitività verrà lasciata ai soliti noti. Gli stessi che stanno di fatto già distribuendo i loro prodotti limitatamente agli investitori locali istituzionali (fondi pensione, assicurazioni): vi è quindi spazio per nuove sinergie e per consolidare la reputazione e la presenza sul mercato.

Chiudiamo l’articolo volutamente con una piccola provocazione : riuscirà il vecchio proverbio : "chi primo arriva meglio alloggia" valere anche in questo caso? Se ci saranno novità in merito, vi informeremo. E se qualcuno desiderasse approfondire tale tematica non esiti a contattarci.

Co-autori dell'articolo insieme a Luca Bruni (Funds Channel) sono  Attilio Veneziano (Veneziano & Partners) e Namir Yeroham (Fundsquare).

 

 

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