Il fondo del barile?


Protagonista indiscusso di queste ultime settimane è stato il calo delle quotazioni del petrolio, (WTI e Brent hanno toccato i minimi da oltre cinque anni, attestandosi intorno a quota 60 dollari al barile) che sta determinando una serie di implicazioni sullo scenario economico e finanziario globale. In breve, il petrolio basso riduce l’inflazione, accorciando i tempi di un possibile QE europeo, favorisce i consumi, ed è nel complesso un fattore favorevole per i mercati azionari, con l’evidente esclusione dei paesi produttori e del settore energetico. I prezzi del petrolio risultano in picchiata principalmente per due ragioni: in primo luogo perché all’indebolimento della domanda non sta facendo seguito un calo della produzione; in secondo luogo, il deprezzamento deriva dalla correlazione negativa con l’andamento del dollaro, legata prima di tutto al fatto che la valuta di riferimento per gli scambi mondiali è proprio il biglietto verde. Per avere un’idea, rispetto ai massimi di giugno 2014 il WTI ha perso quasi 40 dollari al barile (-36% in meno di sei mesi).

Non gioca a favore di un rimbalzo delle quotazioni petrolifere la decisione, assunta nei giorni scorsi da parte dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec), di non tagliare la produzione al fine di ridurre l’eccedenza produttiva. Il costo del petrolio è una delle componenti alla base della dinamica debole dei prezzi al consumo, pertanto ne deriva un diretto impatto, innanzitutto, sull’inflazione e sul PIL a livello globale. Si parla, per quanto riguarda l’inflazione, di un effetto del -0,6% sull’indice dei prezzi al consumo, in USA, Area Euro e Regno Unito.  Ecco allora che nel breve termine la discesa della 'bolletta energetica' è sicuramente un fattore positivo, in quanto dovrebbe agire come una sorta di abbassamento della pressione fiscale, con una conseguente forte spinta sul reddito disponibile a livello globale (in teoria il costo della benzina e poi di gas ed elettricità dovrebbe scendere un po’, anche se per le famiglie italiane incidono molto accise e tasse); di qui un volano per la ripresa economica (se i prezzi calano i consumi aumentano) e quindi in favore di tutti i settori azionari legati ai consumi sia discrezionali che di prima necessità, mentre il comparto energetico è sicuramente quello maggiormente svantaggiato.

Per quanto riguarda l’effetto positivo sulla crescita, si stima un incremento di circa lo 0,2% negli USA, Regno Unito e Area Euro e fra lo 0,3% e 0,5% nei Paesi Emergenti, nel 2015. Infine, ma non per importanza, va sottolineato che in questo contesto, in cui ci si attende che i prezzi restino ancora deboli per un periodo prolungato, è più probabile che la Banca centrale europea nei prossimi mesi si renda davvero più attiva con misure straordinarie, magari intervenendo con il Quantitative Easing e ciò nonostante la sua politica monetaria sia più direttamente influenzata dalle componenti non energetiche dei prezzi.

 

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