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Una banca su tre si affida alle startup fintech


Gli investimenti internazionali nel fintech, la tecnologia applicata al mondo della finanza, sono triplicati in questo ultimo anno da 4 a 12 miliardi di dollari e dovrebbero raggiungere i 46 miliardi di dollari nel 2020. I dati sono contenuti nell’Innovate Finance Manifesto, elaborato da una serie di operatori del mondo fintech associati a Innovate Finance, organismo indipendente e no profit nato in Gran Bretagna che raccoglie la community delle realtà attive in questo ambito di tutto il mondo. Nato nel 2014 conta già 150 membri tra startup e grandi organizzazioni anche di tipo istituzionale. I numeri, si sa, sono diversi a seconda della fonte ma stanno ad indicare un fenomeno che, oggettivamente, potrebbe avere il potenziale di cambiare definitivamente il modo in cui sono operativi i servizi finanziari.

Ecco che allora, secondo un recente rapporto di KPMG e CB Insights, gli investimenti globali nelle compagnie fintech hanno raggiunto i 19,1 miliardi di dollari nel 2015, 13,8 dei quali provengono da fondi di venture capital, per una crescita rispetto al 2014 del 106%. Solo in Europa, gli investimenti in società fintech sono aumentati da 1,1 miliardi di dollari del 2014 ai 1,5 miliardi del 2015, con un’attività cresciuta del 30% su base annua. L’evoluzione di nuovi operatori non bancari per gestire i servizi al cliente coinvolge tutti i servizi finanziari: negli ultimi anni sono nate piattaforme che disintermediano il ramo del lending, nuove soluzioni per i pagamenti via mobile, portafogli virtuali, software per la sicurezza, assicurazioni. C’è chi dice che il fintech è diverso dagli altri settori startup perchè il mondo finanziario segue regole stringenti ed è formato da un numero relativamente basso di grandi aziende ben consolidate.

Secondo una stima di Goldman Sachs, gli effetti di questa rivoluzione saranno importanti: le società di servizi finanziari rischiano di perdere 4,7 miliardi di dollari in entrata a favore dei nuovi operatori. Per questo anche i grandi attori della finanza, come banche, fondi d’investimento, società di gestione del risparmio, hanno iniziato ad adattarsi ai nuovi standard: Pwc ha interpellato 544 individui tra dirigenti e responsabili delle istituzioni finanziarie in 46 paesi, inclusa l’Italia, evidenziando che il 31% degli istituti finanziari è già coinvolto in una partnership con startup fintech, il 22% ha comprato o venduto una startup del settore e il 15% ha creato programmi di incubazione.

Fintech made in Italy

In Italia si è mossa anche Intesa Sanpaolo che ora scommette sulle start up del fintech. La banca ha battezzato la nascita di Neva Finventures, la nuova società per azioni di corporate venture capital del gruppo bancario milanese. Come ha spiegato il consigliere delegato e CEO, Carlo Messina, “si tratta di un investimento di lungo termine, volto a cogliere le opportunità più promettenti anche a livello internazionale, con l’obiettivo di favorire la crescita e di migliorare continuamente il livello dei nostri servizi”. Sta di fatto che fintech e roboadvisor sono ormai sulla bocca di tutti nel mondo della finanza. Ma ci sono dei miti da sfatare. Secondo Serena Torielli, AD di AdviseOnly: “i roboadvisor non sono né robot né advisor, motivo per cui ha più senso usare la definizione di soluzioni di digital wealth management. Stiamo parlando infatti di piattaforme digitali supportate da algoritmi finanziari che propongono soluzioni di investimento facili e a basso costo. Una cosa molto diversa dalla consulenza finanziaria vera e propria, che presuppone una relazione personale e un rapporto complesso, che implica la conoscenza della situazione patrimoniale e gli obiettivi di investimento di una persona e della sua famiglia”.

Non solo MIllennials

Inoltre non è poi così vero che i roboadvisor vivono soprattutto grazie ai Millennials, cioè i giovani nati tra gli anni ’80 e il 2000. Se gli appartenenti a questa generazione saranno i principali depositari del risparmio negli anni a venire, oggi come oggi i principali clienti delle maggiori realtà fintech in Italia hanno un’età media di circa 46 anni, un target che coincide sostanzialmente con quello delle banche tradizionali”. Del resto, ormai quasi tutti riescono a interagire con la tecnologia, non solo i Millennials: molte delle persone che si affidano a una piattaforma di roboadvisory, ha osservato Giovanni Daprà, co-fondatore  e CEO di Moneyfarm “hanno già dei rapporti in essere con altre banche e dei risparmi da parte ma vogliono provare qualcosa di nuovo e quindi fanno un tentativo, magari con una piccola fetta del loro patrimonio”.

Oggi in Europa le persone affluent digitalizzate – cioè in grado di utilizzare il mondo online – sono in tutto circa 60 milioni: “esiste  quindi chiaramente un’area di conflitto tra roboadvisor e banche tradizionali. E mai come oggi, a questo punto, occorre fare leva sull’educazione finanziaria. In questo campo tra l’altro, le start-up hanno un vantaggio rispetto alle banche, perché sono più smart e parlano un linguaggio più semplice. “Le startup in ambito finanziario rappresentano un’opportunità fondamentale per l'evoluzione del nostro settore. Molte giovani realtà innovative stanno già contribuendo a modificare i modelli di business tradizionali e penso per esempio ai pagamenti elettronici, al personal finance dei Big Data finanziari, al capital markets e all’insurance”, conclude Messina.

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