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Hedge funds: come si stanno adattando alle brusche manovre dei mercati?


La grande correzione di gennaio ha rappresentato un punto di svolta per i mercati? “I cicli, tanto gli alzisti quanto i ribassisti, sono sempre più brevi e violenti”, dichiara Philippe Ferreira, senior cross asset strategist di Lyxor AM. Non si riferisce solo alle cadute di gennaio ma anche al comportamento mostrato dai mercati da agosto – in concomitanza con la svalutazione dello yuan – e che si è ripetuto poi a ottobre – dopo la decisione della Fed di non alzare i tassi di interesse – e a dicembre. Ferreira fa notare che questo cambiamento di dinamica “rappresenta una sfida tremenda per gli istituzionali, specialmente per chi possiede portafogli di diverse dimensioni. In questo momento, è particolarmente difficile identificare i punti di svolta e riorientare il portafoglio da una strategia difensiva a una aggressiva”.

La volatilità è diventata una questione particolarmente spinosa per gli investitori in asset europei e giapponesi, trattandosi di due aree che sono arrivate a perdere un 20% negli ultimi dodici mesi. Ad oggi, oltre alla correzione delle borse, ha influito molto il crollo dei prezzi e la perdita di credibilità di alcune banche centrali a causa delle loro politiche poco convenzionali come quella dei tassi negativi (applicati, per esempio, in Giappone, Svizzera e Danimarca). Alla luce di questi eventi l’esperto giunge alla seguente riflessione: “A dieci anni dall’inizio della crisi ne stiamo ancora subendo gli effetti. Si può parlare di un decennio perduto in Europa perché l’attività economica ancora non si è ripresa”.

Come conseguenza delle forti oscillazioni, i VAR di numerosi hedge funds hanno riscontrato molte difficoltà negli ultimi mesi. Il risultato è stato un ulteriore cambiamento strutturale: da uno sguardo veloce alle posizioni dei fondi liberi di investimento, Ferreira afferma che la propensione al rischio attualmente è abbastanza limitata. Sebbene la sensibilità media alla volatilità delle azioni si sia situata storicamente intorno al 30%, attualmente il beta azionario rivela una posizione più difensiva, essendosi ridotta al 15%, un dato  inedito dagli inizi del 2012. “Sono livelli strutturalmente al di sotto della media storica. Vediamo che l’allocazione tattica è diventata dominante rispetto a quella strategica o a lungo termine. Oggi è molto difficile investire con una prospettiva da dodici a ventiquattro mesi di distanza, tant’è vero che per medio termine oggi s’intende un lasso di tre mesi. “Né i cicli né le valutazioni permettono un asset  allocation a lungo termine”, insiste Ferreira. Pertanto, sostiene che “la parte più tattica è diventata quella più importante così come lo è apportare una maggior diversificazione, specialmente per quanto riguarda la parte obbligazionaria del portafoglio, attraverso asset alternativi per limitare l’impatto dei tassi negativi e la volatilità delle azioni”.

Barlumi di speranza

In un panorama così desolante, Ferreira intravede alcuni segnali di speranza che i mercati, però, non stanno valorizzando.  Il primo fattore positivo è il recente miglioramento dei dati macro, sia in Europa che negli Stati Uniti. Dopo diversi mesi in cui gli ISM manifatturieri stavano deludendo, si osserva che, da febbraio, gli indici economici di entrambe le aree geografiche si sono ripresi. “Il timore di qualche mese fa che gli USA tornassero alla recessione risulta ingiustificato”, indica l’esperto. Il secondo dato positivo è il miglioramento nel consumo, specialmente negli Stati Uniti. Ferreira ritiene che ciò si deve al fatto che finalmente i consumatori stanno spendendo il denaro risparmiato per il crollo del prezzo del petrolio. Quest’effetto ricchezza, una volta decollato, stimolerebbe la domanda di prodotti e servizi e contribuirebbe a sua volta al miglioramento dei profitti di un gran numero di compagnie. L’ultimo fattore positivo è il cambio di tono delle banche centrali che stanno lanciando messaggi più accomodanti. L’ultimo esempio lo ha dato la Fed, ridimensionando le aspettative sui rialzi dei tassi e adattandole a quello che il mercato sta prezzando.

“Tuttavia, ci sorprende che i tassi a lungo termine siano così bassi. Il bund a dieci anni è quotato intorno allo 0 e le obbligazioni giapponesi a dieci anni sono già in terreno negativo”, indica l’esperto. Ciò ribadisce che le valutazioni di numerosi asset obbligazionari e azionari sono così alte che “gli investitori in asset class tradizionali devono aspettarsi bassi ritorni nei prossimi cinque anni”. Ecco spiegate le difficoltà che l’industria dell’asset management e dell’investment banking sta attraversando. L’adeguamento si sta producendo per via della normativa ma anche per il contesto di mercato”, aggiunge. 

Portafogli di valore

Le due asset class in cui Lyxor vede più opportunità per la generazione di ritorni superiori nei prossimi anni sono i corporate bond e gli asset emergenti. Rispetto ai primi, Ferreira ammette di essere particolarmente interessato a quelle europee che stanno traendo benefici dall’ultimo ciclo di stimoli annunciato dalla BCE. “È uno dei pochi spazi con un rendimento abbastanza attrattivo”, afferma. L’esperto osserva che gli spread si sono ampliati negli ultimi dodici mesi ma indica anche che c’è stata una correzione al ribasso da febbraio.

Per quanto rigurda gli emergenti, invece, “ci aspettiamo un rendimento più elevato nei prossimi cinque anni sugli asset sviluppati perché le loro valutazioni sono più interessanti; osserviamo anche un aumento della propensione degli investitori sia nel mercato obbligazionario che in quello azionario”. Ferreira descrive che “dal punto di vista top down, il fatto che la Fed continui ad assere accomodante e la recente stabilizzazione dei prezzi delle materie prime sono elementi di sostegno ai mercati emergenti; dal punto di vista bottom up, all’orizzonte possiamo aspettarci un miglioramento della situazione politica in Brasile e una probabile revoca delle sanzioni alla Russia”.

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