Grecia, l’incompetenza politica rende una Grexit più probabile


A seguito dei segnali piuttosto promettenti della scorsa settimana, il drammatico svolgersi degli eventi del week end rende più probabile un’uscita della Grecia dall’area Euro. Il “no” di Atene ha portato all’indizione del referendum sulle condizioni richieste dai creditori e al congelamento ai livelli attuali dei fondi ELA erogati dalla Banca centrale europea alle banche elleniche.
 
Il settore bancario greco sta per crollare a causa dei ritiri pianificati dei depositi. Ciò, a sua volta, ha obbligato Atene a introdurre delle misure di controllo sui capitali. Allo stato attuale, ci si aspetta che queste rimangano in vigore fino a dopo il referendum. Dall’inizio dei negoziati tra la Grecia e i creditori, a febbraio, ad oggi, un accordo dell’ultimo momento è sempre sembrato l’esito più realistico, semplicemente perché l’alternativa sarebbe stata peggiore in termini di costi economici. Per Atene, la cosiddetta Grexit vorrebbe dire ulteriori problematiche economiche (almeno nell’immediato). Per l’Area Euro, tornerebbero ad affacciarsi i dubbi sulla sua capacità di sopravvivere intatta.
 
Sempre più incertezza

Gli eventi del fine settimana hanno fatto aumentare fortemente l’incertezza. Nessuno sa cosa accadrà esattamente, in questa fase. Ciò che è chiaro, comunque, è che per Atene l’analisi costi-benefici sulla permanenza o meno nell’Area Euro sta ora rapidamente spostandosi a favore dell’uscita dall’area della moneta unica, il che rende più probabile questo esito. Tuttavia, nonostante siano stati già fatti molti danni, non è troppo tardi affinché un accordo tra le parti sia raggiunto. Dopo tutto, venerdì scorso, le divergenze tra Atene e i creditori sembravano ancora gestibili.
 
Attualmente, il referendum è previsto per il 5 luglio, anche se non c’è certezza al riguardo. E’ possibile, e sarebbe meglio per entrambe le parti coinvolte nei negoziati, che si trovi un accordo prima del referendum stesso, ponendo fine a una situazione che possiamo definire esplosiva. Il mancato pagamento di una rata di debito al Fondo Monetario Internazionale da parte di Atene non sarebbe, in questo contesto, troppo importante. Ma anche in questo scenario “positivo”, la fiducia nei confronti del Paese sarebbe seriamente colpita, poiché ci sono buone possibilità che l’accordo raggiunto sarebbe comunque non sostenibile.
 
I possibili effetti del referendum e il ruolo della BCE

Tuttavia, nel caso in cui il referendum dovesse svolgersi, ci sarà un aumento della volatilità. Nel caso in cui i cittadini ellenici votino “no”, l’uscita del Paese dall’Area Euro sarebbe praticamente cosa fatta. Certo, in teoria i creditori europei potrebbero comunque cambiare posizione in quel momento, ma non ci sembra probabile. Nel caso in cui invece l’esito veda una supremazia dei “sì” rispetto ai termini delle condizioni proposte dai creditori, il premier greco Tsipras quasi certamente presenterebbe le dimissioni e si terrebbero nuove elezioni: l’incertezza dunque permarrebbe.
 
Come detto, la posizione della BCE in questa crisi è estremamente importante, ma il fatto che Francoforte abbia smesso di aumentare i fondi ELA destinati all’assistenza delle banche greche è un chiaro segnale del difficile contesto politico ed economico in cui l’Eurotower si sta muovendo. Nel caso in cui il “no” prevalga, e non si trovi alcun accordo, il ruolo della BCE sarebbe sempre di primo piano per l’Area Euro nel complesso, ma il settore bancario ellenico quasi certamente collasserebbe con un calo o un blocco dell’erogazione dei fondi di Francoforte. Se i cittadini ellenici votassero in maggioranza “sì”, l’Eurotower continuerebbe a finanziare le banche elleniche, quindi le misure di controllo dei capitali verrebbero gradualmente meno.
 
L’incompetenza politica da ambo le parti ha condotto l’Area Euro in una situazione estremamente difficile. Da un punto di vista economico, a seguito di anni di forti tagli del bilancio pubblico e un calo drammatico degli standard di vita dei cittadini ellenici, non è chiaro perché i creditori stiano ulteriormente pressando Atene, poiché probabilmente non ci sarebbe nessun impatto positivo sul debito del Paese. Al contrario, la posizione dei creditori rischia solo di peggiorare la crisi economica in cui versa la Grecia, che al momento ha solo bisogno di un po’ di crescita. Ci sono buoni segnali, come la ripresa iniziata prima dei negoziati e un output gap (differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale) ampiamente negativo, che la Grecia sia in effetti destinata a crescere nei prossimi anni. Inoltre, la ristrutturazione del debito ellenico non è tra i provvedimenti più urgenti da attuare. Dato il basso tasso di interesse implicito, un po’ di crescita farebbe scendere significativamente il rapporto debito/PIL. Ovviamente, il fatto che la ristrutturazione del debito non sia urgente non la rende meno desiderabile, ma a questo punto dovrebbe essere la crescita la priorità di tutti i soggetti in gioco. La volontà di “dare una lezione” ad Atene si è dimostrata deleteria e avrebbe ulteriori effetti negativi se la Grecia dovesse semplicemente obbedire a tutte le richieste dei creditori.
 
Nonostante tutto, probabile accordo dell’ultimo minuto

Comunque sia, sebbene l’incertezza continui a farla da padrone e una Grexit sia più probabile dopo gli eventi del fine settimana, al momento attuale il raggiungimento di un accordo sembra ancora lo scenario più probabile. La cosa migliore sarebbe che Atene e i creditori raggiungessero un accordo prima del referendum di domenica. In ogni caso, la BCE è pronta a fornire liquidità in modo da far sì che qualsiasi conseguenza negativa sia limitata. La crisi ellenica minaccia seriamente di mettere in pericolo la ripresa dell’area della moneta unica, supportata finora solo da fattori temporanei (euro debole, tassi di interesse più bassi, calo dei prezzi dell’energia).  Nel caso di un compromesso dell’ultimo momento (nostro scenario base), la ripresa potrebbe ripartire, una volta che la crisi greca non occuperà più le prime pagine dei giornali. Bisogna però ammettere che le probabilità che nei prossimi due mesi sia trovata una soluzione sostenibile sembrano sempre meno.
 

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