Gluts


È ben noto un intervento di Ben Bernanke nel 2005 in cui venne usata l’espressione “Global Savings Glut”, eccesso di risparmi globali. Quell’espressione è poi diventata tra le più utilizzate per descrivere situazioni sbilanciate a livello macroeconomico di tante tipologie, riscontrabili oggi nell’economia globale. L’eccesso di risparmi di cui parlava Bernanke non è direttamente dimostrabile in termini numerici, ma si deduce da alcune statistiche: un surplus costante delle partite correnti di alcuni paesi rispetto ad altri, flussi di portafoglio continui da un paese verso un altro, bassi tassi reali a lunga scadenza, forti performance di alcuni asset finanziari non accompagnati da sottostanti in miglioramento con conseguenti bolle… Tutte queste situazioni possono essere interpretate come il frutto di un eccesso di risparmi in qualche segmento delle economie.

Oggi viene spesso posta l’attenzione su uno specifico eccesso di risparmi aziendali: da alcuni dati pare che le aziende non finanziarie nei paesi sviluppati abbiamo bilanci spesso ricchi di cassa, che usano per fare riacquisti di azioni proprie o pagare dividendi, ma troppo poco per nuovi investimenti. Aziende floride che fanno buyback di azioni proprie da un lato, dimostrano di essere efficienti nella gestione della finanza aziendale, massimizzando gli utili per azione nell’immediato, ma dall’altro segnalano una mancanza di idee per nuovi investimenti che può impattare in negativo l’utile dell’azionista nel lungo periodo. Si ha ancora, come nel 2005, un eccesso di risparmi nelle economie asiatiche, dove il modello basato sul produrre beni industriali e di consumo, venderli in Occidente e accumulare immense riserve è ancora vivo e vegeto. La crescita dei consumi locali è ancora troppo debole: economie come quella cinese vedono tuttora un peso troppo basso dei consumi. L’eccesso di risparmio in questo caso si vede nelle riserve di valuta estera o in colossali progetti infrastrutturali non sempre redditizi per il governo o per chi li finanzia (come nel caso delle città fantasma).
 
Parte di questo eccesso di risparmio asiatico è da oltre un decennio reinvestito in attività finanziarie americane o europee, con conseguenze non sempre volute – come nel 2006-2007, periodo in cui la Fed alzava i tassi ma i rendimenti dei titoli a lunga scendevano per via di acquisti massicci da parte di investitori asiatici. L’eccesso di risparmi più strano è forse quello europeo, principalmente tedesco. Risultati eccellenti dell’export tedesco si sono tradotti in un tasso di risparmio alto per imprese e famiglie tedesche, nello stesso momento in cui anche il governo tedesco sta risparmiando. E mentre in periferia si fatica, al centro dell’Eurozona c’è da anni uno dei maggiori risparmiatori globali. L’evoluzione della crisi in Eurozona sta dimostrando che l’eccesso di risparmio di una parte e l’eccesso di debito dell’altra sono spesso due facce della stessa medaglia: un colosso economico come la Cina o come la Germania, che imposta la propria strategia economica su surplus di partite correnti è co-partecipe di disequilibri che nel tempo portano a eccessi e bolle di vario tipo. Se c’è tanto debito pubblico, o se c’è una bolla sul mercato azionario, la responsabilità è tanto di chi emette debito ed azioni quanto di chi è disposto a comprarne perché non sa che farsene della cassa in eccesso che ha a disposizione. Non a caso, la Cina e i paesi arabi esportatori di petrolio erano tra i più preoccupati nel 2008 durante la crisi Lehman.
 
È stato ben accolto sui mercati il quantitative easing della BCE, perché viene visto come un modo per isolare il problema del debito pubblico dagli umori degli investitori e perché dovrebbe dirottare parte degli eccessivi risparmi globali su asset più rischiosi e utili per finanziare la crescita, come azioni e titoli corporate. Di certo però resta il dubbio sul fatto che l’extra liquidità possa dare quella scossa che tanti saving gluts globali non hanno dato. Il mondo è pieno di denaro e di cassa, eppure per qualche motivo la macchina economica tarda a decollare. E l’inflazione, che nell’obiettivo delle banche centrali dovrebbe essere la felice conseguenza di questa iniezione di liquidità, tarda a venire. Il fatto che il mondo sia pieno di liquidità, che gli asset finanziari trattino su livelli di prezzo massimi, ma che allo stesso tempo alcuni importanti dati macroeconomici tardino a migliorare (inflazione, disoccupazione in Eurozona, GDP in Eurozona e tanti paesi emergenti…) resta uno dei punti non chiariti in questa fase post-crisi.
 
Una curiosa digressione riguarda le materie prime. La storia dei mercati negli ultimi vent’anni è l’esempio lampante che gli emittenti possono fornire agli investitori tutti gli strumenti che il mercato chiede senza limiti di quantità, soprattutto un mercato influenzato da “gluts” di ogni sorta: nel 2000 si offrivano azioni tecnologiche, nel 2006-2007 mutui e prodotti strutturati, oggi titoli di stato a rendimento negativo. Eppure da qualche anno sembra che l’unico “glut” che importi agli analisti sia l’eccesso di offerta di materie prime (energetiche e agricole…). Il prezzo di queste scende da anni e tutti sembrano concordare che l’offerta resterà più alta della domanda, con conseguente ulteriore calo dei prezzi. Per cui investitori che comprano titoli di stato a rendimenti nulli, titoli corporate a spread risibili e azioni in alcuni casi a prezzi da bolla, concordano che il mercato delle materie prime è destinato a un lento declino. Forse, ma l’eccesso di risparmi, di moneta, di offerta di asset finanziari a rendimento nullo, prima o poi tornerà a riversarsi anche sulle materie prime, se non altro per un principio di vasi comunicanti.

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