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Gli stress test EIOPA sui fondi pensione europei: punti di forza e problematicità


EIOPA ha pubblicato i risultati degli stress test sui fondi pensione condotti nel 2015. L’esercizio ha coinvolto un campione rappresentativo degli schemi di previdenza complementare UE: per le 17 nazioni partecipanti gli asset - iscritti considerati hanno superato il 50% del mercato nazionale. 

Il test ha interessato 140 realtà operanti prevalentemente nel Regno Unito e nei Paesi Bassi. I fondi pensione italiani hanno avuto un’incidenza marginale (0,3% degli attivi considerati). Le prove hanno misurato l’impatto sui margini di solvibilità di due scenari di mercato negativi e di una ipotesi demografica sfavorevole. 

Dai dati contabili nazionali si evidenzia un deficit aggregato degli asset rispetto alle passività di 373 miliardi di euro nella prima simulazione finanziaria, e di 346 miliardi nella seconda. Il funding ratio di partenza, pari a 95%, si riduce a 75% nel primo test, e a 78% nel secondo. Con la Common Methodology, studiata da EIOPA per ottenere risultati confrontabili, il deficit sarebbe pari, rispettivamente, a 755 miliardi nel primo scenario (funding ratio pari a 59% rispetto al 76% della baseline hypotesis), e a 773 miliardi nel secondo (funding ratio pari a 61% rispetto al 76% dell’ipotesi di partenza). Lo stress test demografico (diminuzione dei tassi di mortalità del 20%) ha evidenziato effetti più contenuti rispetto a quelli ottenuti sul versante finanziario. I fondi pensione italiani hanno conseguito risultati in linea con la media UE e comunque migliori rispetto alle situazioni più problematiche dei Paesi Bassi e del Regno Unito. 

Questa prova, denominata modulo satellite, ha coinvolto 64 fondi pensione; gli asset italiani hanno costituito il 20% degli attivi considerati. La simulazione ha misurato gli effetti degli shock demografici e di mercato sui tassi di sostituzione di tre aderenti tipo contraddistinti, rispettivamente, da 30, 20 e 5 anni al pensionamento. Le posizioni degli aderenti tipo sono state valutate su cinque diversi scenari, quattro di natura finanziaria (shock dei prezzi e bassi rendimenti) e uno afferente al rischio longevità. 

I primi due scenari finanziari hanno valutato l’impatto di shock di breve periodo nei prezzi dei titoli, eventi che dovrebbero colpire con maggiore forza le figure prossime al pensionamento, che hanno minore tempo a disposizione per recuperare eventuali perdite. La tavola 1 riepiloga le ipotesi dello stesso test.

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Fonte: EIOPA

Il primo scenario registra una riduzione del 10% nel tasso di sostituzione rispetto al livello di partenza (16% dell’ultima retribuzione) per i lavoratori con un orizzonte di 35 anni al pensionamento, e dell’11% rispetto al valore di partenza (8% dell’ultima retribuzione) per i colleghi con 5 anni al pensionamento. L’assunzione iniziale che vede gli aderenti prossimi al pensionamento penalizzati in maggior misura rispetto ai colleghi più giovani è confermata, salvo alcune significative eccezioni. Nei fondi pensione di Italia, Paesi Bassi e Portogallo i lavoratori maggiormente penalizzati sono quelli più lontani dal pensionamento. In queste realtà gli aderenti vicini alla prestazione registrano una minore esposizione agli attivi più rischiosi rispetto ai loro colleghi UE. Tali evidenze si rovesciano nello scenario 2: in questo caso sono i lavoratori più lontani dal pensionamento a registrare la riduzione più sensibile del tasso di sostituzione. Oltre che alle diverse ipotesi utilizzate, tali risultati sono essenzialmente da ascrivere alle previsioni più severe sull’inflazione, che hanno come effetto quello di deprimere i rendimenti reali. Quest’ultima, nel lungo periodo tende verso il 2% (le ipotesi sono costanti in tutti gli scenari). Per i lavoratori con un orizzonte contributivo di 35 anni la riduzione del reddito disponibile al pensionamento è stimata al 19% rispetto all’ipotesi di partenza. Per i colleghi con 5 anni di contribuzione residua la riduzione è pari al 15% rispetto al baseline scenario. Le evidenze dei fondi pensione italiani sono in linea con la media UE. 

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Fonte: EIOPA

La seconda coppia di stress test finanziari ha avuto ad oggetto un prolungato periodo di bassi rendimenti che dovrebbe interessare soprattutto i lavoratori più distanti dal pensionamento che beneficerebbero di bassi ritorni sul capitale per larga parte della loro permanenza nel piano pensionistico. 

Le assunzioni di base sono confermate dai risultati dello stress test. Per gli aderenti con 5 anni al pensionamento l’impatto dello scenario con bassi rendimenti si configura con meno virulenza. A livello UE, nello scenario 1 i tassi di sostituzione diminuiscono del 18% e del 5% per gli aderenti distanti, rispettivamente, 35 e 5 anni dalla pensione. Nello scenario 2 la caduta dei tassi di sostituzione è pari a 24% e 12% per gli aderenti che hanno, rispettivamente, 35 e 5 anni di contribuzione mancante al pensionamento. I diversi risultati ottenuti nelle due simulazioni sono da ascrivere essenzialmente alle ipotesi sull’inflazione. 

Per quanto concerne lo stress test sulla longevità (diminuzione dei tassi di mortalità del 20%) si registra una diminuzione dei tassi di sostituzione compresa tra 12% e 15% per i lavoratori con 35 e 5 anni mancanti al pensionamento. 

Gli stress test hanno mostrato alcune problematicità, sia per quanto riguarda gli schemi a prestazione definita, sia quelli a contribuzione definita. Con riferimento ai primi gli stress test hanno soltanto aggravato una situazione che già ex ante era apparsa critica. Negli schemi a contribuzione definita il tempo gioca un ruolo chiave nella valutazione dell’assorbimento degli shock: più vicino è il pensionamento e minore è il tempo disponibile per recuperare eventuali perdite. Per quanto concerne i lavoratori più giovani, i risultati più negativi si avrebbero in caso di prolungata diminuzione dei tassi di interesse e del premio al rischio degli asset. 

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