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Bisogna proteggere i portafogli da un aumento dell’inflazione negli USA?


L’inflazione di fondo negli USA si avvicina pericolosamente all’obiettivo del 2% della Federal Reserve (l’ultimo dato è dell’1,7%). Tuttavia, la Fed sta ancora pianificando come attuare il secondo rialzo dei tassi dall’inizio della normalizzazione della sua politica monetaria. Ci si chiede, quindi, se gli investitori dovrebbero preparare i loro portafogli per proteggerli da un’impennata dell’inflazione.

“Crediamo che gli investitori non siano ancora pronti per prevedere un aumento dell’inflazione”, sostiene Isabelle Vic-Philippe, manager di Amundi. L’esperta ricorda che dal 2013 si assiste a una forte correlazione tra le aspettative inflazionistiche e l’inflazione effettiva ma questa relazione potrebbe essere svanita: “Non c’è più nessun elemento predittivo sulla breakeven inflation”. Dato che l’aumento del prezzo del greggio ha spinto verso l’alto l’inflazione, consiglia agli investitori di “aggiornare quanto meno le proprie aspettative inflazionistiche, di pari passo con l’incremento dell’inflazione generale”.

La previsione di Amundi è che l’IPC annuale degli Stati Uniti chiuda il 2016 all’1,3% e al 2,2% nel 2017. Tristan Perrier, strategy and economic research del gruppo, afferma che l’economia statunitense “sarebbe vicina al suo pieno potenziale nel 2016, con il mercato del lavoro leggermente al di sotto della piena occupazione e una pressione moderatamente al rialzo sui costi unitari del lavoro (aumento moderato dei salari, produttività ancora deludente)”. Pierre sostiene che “le previsioni sull’inflazione potrebbero crescere sostanzialmente tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 per gli effetti di base del petrolio, ma questo trend non dovrebbe continuare nel secondo semestre del 2017”. Di conseguenza, la previsione della società di gestione è che l’inflazione generale aumenti bruscamente nel primo semestre del 2017 per poi rientrare, mentre si aspetta solo un incremento moderato dell’inflazione core.

Visti i livelli attuali, Isabelle Vic-Phillippe afferma che “conviene ancora proteggersi attraverso i bond indicizzati all’inflazione”, poiché gli USA presentano un premio di 40 punti base. “Si tratta più di una ripresa verso il fair value nell’inflazione di fondo che della gestione di un’impennata dell’inflazione”, dichiara.

Thomas Sartain, gestore di Schroders si aspetta che il rally del petrolio continuerà a riflettersi sull’inflazione nel primo trimestre del 2017, avvicinando ulteriormente il tasso obiettivo del 2%. “Crediamo che sarà una tendenza molto potente per gli investitori che vogliono investire in titoli legati all’inflazione”, afferma il gestore.

L’esperto di Schroders è d’accordo sul fatto che “il mercato non sta valutando correttamente questo aumento”, dato che “il punto di equilibrio dell’inflazione a due anni si trova all’1,5% e i titoli di Stato statunitensi legati all’inflazione (TIPS) sono negoziati a 1,68 punti percentuali, circa. Questi numeri sono troppo bassi”. Sartain aggiunge che non prevede “un’esplosione dell’inflazione ma sicuramente che questa raggiunga livelli più alti in modo costante”. Così come l’esperta di Amundi, il gestore crede che “in questo scenario gli investitori trovano ancora vantaggioso acquistare protezione di fronte all’inflazione, perché quando questa dovesse aumentare, porterà a una rivalutazione dei titoli ad essa legati”.

Coerentemente con questa previsione, il gestore sottolinea che “probabilmente la Fed aumenterà i tassi di interesse più velocemente di quanto il mercato si aspetti, ma questo non significa che sarà aggressiva”. Infatti, ritiene che l’autorità monetaria “potrebbe aspettare che l’economia statunitense si riscaldi un po’ prima di intervenire, dal momento che nei suoi ultimi discorsi la Yellen ha fatto intendere che potrebbe tollerare altra inflazione prima di aumentare ulteriormente i tassi”. Il segmento della curva dove individuano più valore da Schroders è quello delle obbligazioni indicizzate all’inflazione con scadenza tra il 2020 e il 2025, stando ai breakeven.

Come prevedere l'andamento del tasso di inflazione

Jonathan Baltora, gestore di AXA IM, spiega il metodo che la società adotta per prevedere i livelli di inflazione. Per prima cosa si analizzano le aspettative del consenso degli economisti e si confrontano con quelle delle istituzioni officiali e del proprio team di analisi interno. Questo processo viene poi integrato dal confronto con il comportamento del mercato e la quotazione degli swap e le obbligazioni inflation-linked. “Crediamo sia più importante capire come sta agendo il mercato che fare previsioni sul livello esatto di inflazione. Vediamo che tutti gli attori di mercato sperano che l’inflazione aumenti per via dell’incremento del prezzo del petrolio dall’inizio dell’anno”, spiega il gestore.

È nel Regno Unito che l’esperto intravede maggiore divergenza tra le previsioni, sottolineando che gli economisti non sono d’accordo con l’importare l’inflazione nell’economia locale deprezzando la valuta. Baltora constata, invece, che “i salari stanno effettivamente aumentando, specialmente negli USA, un dato incoraggiante per l’inflazione nel 2017 ma che non sarà il principale motore del prossimo incremento dell’inflazione”.

Stando all’esperienza del suo team, “il mercato tende ad adattarsi all’inflazione piuttosto che prevederla”, questo per la divergenza tra l’incertezza sull’evoluzione del tasso e gli obiettivi di investimento nel breve termine da parte degli investitori, ma anche perché “un’inflazione in aumento vorrebbe dire un reddito più elevato e attrarrebbe più acquirenti marginali che aumentano le aspettative di inflazione”.

La conclusione di Baltora è che “l’inflazione core è un buon indicatore per le aspettative nel lungo termine e la ripresa dell’inflazione dovrebbe continuare ad attrarre flussi verso l’asset class”. Un altro punto è che “il mercato ha iniziato a incorporare ai prezzi un tasso di inflazione più elevato, ma le aspettative sono ancora basse nelle scadenze più lunghe, il che lascia qualche opportunità, secondo noi”.

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