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Gli asset dei maggiori fondi pensione globali hanno superato i 15 mila miliardi di dollari


Il totale del patrimonio gestito dai 300 più grandi fondi pensione a livello mondiale nel 2014 è cresciuto del 3% (rispetto a circa il 6% del 2013) per raggiungere un nuovo massimo di oltre 15mila mld di dollari. È quanto emerge dall’indagine annuale Pensions & Investments di Towers Watson. In Italia si è registrata una crescita altrettanto significativa. La Covip ha calcolato che a fine 2014 il patrimonio dei fondi pensione italiani è arrivato a quota 131 miliardi di euro, con un incremento del 12,4% rispetto all’anno precedente. Nel corso del 2004, dieci anni fa, il totale gestito dai Top 300 fondi pensione era cresciuto del 27%, raggiungendo quota 8,4 mila miliardi di dollari e superando il precedente record di 6,6 mila miliardi raggiunto a fine 2003.

L’indagine, condotta in collaborazione con la rivista americana Pensions & Investments, mostra che le aree geografiche caratterizzate dal maggiore tasso di crescita quinquennale composto sono state il Nord America, con una crescita dell’8% negli ultimi cinque anni, seguito dall’ Europa (oltre il 7%) e dall’Asia-Pacifico (intorno al 4%). L’indagine evidenzia inoltre che i più grandi 300 fondi pensione al mondo attualmente rappresentano circa il 43% del patrimonio previdenziale globale. Secondo l’indagine, i fondi a prestazione definita (DB) rappresentano il 67% del totale dei patrimoni in gestione, in calo rispetto al 75% di cinque anni fa. Durante il 2014, gli asset dei fondi a contribuzione definita (DC) sono quelli cresciuti maggiormente (quasi il 5%) seguiti da quelli a prestazione definita (DB) (circa 4%) e dai fondi di riserva (circa 1%), mentre quelli ibridi sono diminuiti del 2%.

Alessandra Pasquoni, responsabile Towers Watson in Italia per l’attività di investment consulting commenta: “dieci anni fa pensare a un raddoppio degli attivi dei fondi pensione a livello globale sarebbe stato definito un azzardo. E ricordiamo che in Italia questo valore è più che triplicato. Certo è vero che anche le passività sono aumentate, ma complessivamente si è registrato un significativo aumento dei risparmi. Purtroppo la sensazione ancora diffusa è che il settore, pur avendo incrementato i propri asset, non si sia ancora focalizzato a sufficienza sui bisogni dei beneficiari finali e sulla minimizzazione dei costi di gestione. Il focus esclusivo sui rendimenti ha determinato infatti, da un lato il consolidamento di rischi eccessivi in portafoglio, dall’altro una lievitazione dei costi a livelli eccessivi.  I fondi principali si stanno già muovendo per risolvere tali problematiche e certamente ci possiamo aspettare un settore molto diverso nei prossimi 10 anni; forse anche prima dato l’inesorabile spostamento verso fondi a contribuzione definita, dove il beneficiario finale viene effettivamente al primo posto”.

Secondo la ricerca, gli Stati Uniti restano il Paese con la maggiore quota di attività gestite da fondi pensione, pari al 38%; il Giappone ha la seconda quota di mercato corrispondente a circa il 12%. L'Olanda, con il 7%, detiene la terza posizione, mentre Norvegia e Canada sono rispettivamente in quarta e quinta posizione con oltre il 6% ciascuno. “Il momento attuale è certamente delicato. Stiamo assistendo alla progressiva riduzione delle misure straordinarie poste in essere da governi e banche centrali per sostenere i mercati azionari durante e dopo la crisi finanziaria. In un contesto di progressiva riduzione degli effetti prodotti dal quantitative easing della Fed, e con i mercati finanziari destinati ad un ritorno, più o meno complesso, alla normalità, il tema di una buona e ampia diversificazione sta tornando sempre più attuale per i fondi pensione principali, a maggior ragione per affrontare al meglio momenti di stress come quello a cui stiamo assistendo in questo momento.

Ci aspettiamo che a livello mondiale i fondi accelerino la propria diversificazione, muovendosi da investimenti in titoli azionari verso altre classi di attività e continuando a ridurre il livello complessivo di rischio dei loro portafogli, al momento esclusivamente focalizzati nella massimizzazione del rendimento. Alcuni tra i fondi più innovativi hanno già trasformato la loro struttura di governance al fine di garantirsi un vantaggio competitivo durante la fase di aggiustamento del portafoglio alla luce di un contesto di crescita globale anemica e livelli di inflazione favorevoli”, conclude la Pasquoni. I Fondi sovrani continuano a essere ben presenti in classifica: 27 di essi, con un valore di circa 4.200 miliardi di dollari, rappresentano il 28% dei patrimoni. I 114 fondi del settore pubblico inclusi nella ricerca hanno un valore pari a 6.000 miliardi dollari a fine 2014, corrispondente al 39% del totale. Fondi settoriali di natura privata (60) e fondi aziendali (99) rappresentano rispettivamente il 14% e il 19% del patrimonio gestito considerato.

“Nel corso dell’anno abbiamo visto una serie di grandi fondi apportare modifiche corpose, talvolta di alto profilo, alle proprie strategie di investimento. L’obiettivo comune è la ricerca di valore aggiunto che possa compensare il venire meno dei rendimenti eccezionalmente elevati dei mercati. La tendenza è diversificare su tutti i return-driver, sostenuta o da crescita nella governance interna o tramite esternalizzazioni. Un’evoluzione in questo senso è probabile che porti a una sempre più delineata polarizzazione tra vincitori e perdenti. Contribuendo a una ridefinizione complessiva del settore investimenti, destinato a spostarsi dal dispendioso e limitativo ragionamento a compartimenti stagni, a livello di singole asset class, verso una distinzione sempre più netta tra investimenti tradizionali e alternativi”, precisa.

 

 

 

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