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Gestione attiva e gestione passiva a confronto


Il settore della gestione del risparmio, in continua evoluzione, offre oggi, anche agli investitori retail, interessanti soluzioni sotto il profilo dei rendimenti. Che si voglia investire in azioni, obbligazioni o materie prime, oggi sono diversi i canali di distribuzione attraverso i quali si può avere accesso a tali prodotti. Una volta scelta l’asset class nella quale investire, si deve scegliere se optare per uno strumento a gestione attiva o passiva. Investire su un prodotto attivo significa in sostanza scommettere sulla capacità di chi ne ha in mano la gestione di battere il benchmark di riferimento (ad esempio l’EuroStoxx 600 o il FTSE 100). Storicamente, l’unico modo per investire nei mercati finanziari era quello di optare per soluzioni a gestione attiva, ma ora i prodotti a gestione passiva stanno crescendo anno dopo anno. Basare il proprio investimento su uno strumento finanziario a gestione passiva, come ad esempio un ETF, significa replicare la performance dell’indice benchmark di riferimento e non, come accade coi prodotti attivi, provare a superarla.

Secondo l’ETFGI, una società di ricerca e consulenza, gli ETF negoziati nei listini europei hanno raggiunto nel 2015 la soglia di 500 miliardi di dollari. Solo dieci anni prima l’ammontare si aggirava introno a 58 miliardi, una crescita notevole quindi, pari all’800%. Sul fronte della gestione attiva, non mancano i gestori esperti in grado di ottenere prestazioni elevate sopra il benchmark, ma si tratta di un numero piuttosto basso cha sta andando via via riducendosi nel tempo. Investire è un gioco a somma negativa: è possibile che gli investitori attivi abbiano un valore aggiunto, ma se lo fanno, è a spese di altri investitori attivi. Se includiamo il costo che investire in diversi fondi attivi comporta, la performance finale ne risulta inevitabilmente compromessa.

Inoltre la ricerca accademica rimarca come non esista alcuna chiara evidenza del fatto che i fondi comuni siano in grado di battere il mercato. Come dimostrato da Ferreira et al. (Le determinanti della performance dei fondi comuni: uno studio cross-country, Review of Finance, Aprile 2012) i fondi azionari hanno complessivamente sottoperformato rispetto al mercato, e negli Stati Uniti è possibile riscontrare una relazione negativa tra dimensione del fondo e performance dello stesso. Secondo lo studio di Chen et al. (Le determinanti della performance dei fondi comuni: uno studio cross-country, Journal of Financial Economics, Aprile 2012) anche tra i fondi obbligazionari non c’è evidenza di ritorni migliori del benchmark, una volta inclusi i costi di gestone. Fanno eccezione i fondi comuni azionari inglesi, ma solo un numero relativamente ridotto tra i fondi altamente performanti mostra particolari abilità nello stock picking secondo Cuthbertson et al. (Prestazioni dei Fondi azionari Inglesi: abilità o fortuna?, Journal of Empirical Finance, Settembre 2008).

Il primo trimestre del 2016 è stato uno dei peggiori secondo il team quantitativo di BofA Merrill Lynch: comparando i fondi azionari statunitensi con i rispettivi benchmark di riferimento, solo il 19% è stato in grado di batterli. Nonostante le maggiori opportunità di rendimento, le performance si sono rivelate negative a causa non solo dei costi, come affermano alcuni, ma anche della potenziale mancanza di competenze, con un conseguente rischio per il modello di business che caratterizza i fondi comuni.

Società

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