Fondi pensione: solo per pensionandi oppure anche per investitori?


Il mondo finanziario ha subìto nell’ultimo decennio una profonda rivoluzione, avendo trascorso almeno due crisi di portata secolare che hanno cambiato il modo nel quale gli investitori guardano ed operano i propri investimenti. In tutto questo fermento il settore dei fondi pensione italiani ha rappresentato in generale un polo di stabilità, sia per quanto concerne i rendimenti (nel mezzo della crisi mediamente meno volatili rispetto a certi fondi pensione esteri, grazie alla sostanziale assenza di prodotti sofisticati e poco trasparenti/mal capiti) sia per quanto attiene la tipologia di investimenti effettuati.

Nel settimo anno dopo l’inizio della grande crisi sembra che molto possa cambiare a breve: l’avvento dei fondi mobiliari chiusi che investono in minibond e la revisione (finalmente?) del d.m. 703/96 potrebbero portare una ventata di aria fresca e modificare l’impostazione dei fondi pensione più strutturati e diventare così ancora più appetibili in termini di rischio/rendimento e non solo per un pubblico sensibile alle tematiche previdenziali.  
Partendo dal governo Monti la tassazione dei prodotti finanziari è successivamente diventata sempre più onerosa, con l’introduzione dell’imposta di bollo portata ora allo 0,2% annuo, della cosiddetta Tobin Tax e con l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie dal 12,5% al 26% (misura annunciata dal governo Renzi).

A non essere stato penalizzato dall’aumento delle tasse menzionate prime è stato sostanzialmente soltanto il settore dei fondi pensione, vista l’importanza della previdenza complementare privata, anche alla luce di una crescita del PIL nominale (parametro di riferimento per la rivalutazione delle pensioni pubbliche) molto inferiore alla media storica negli ultimi anni ed ai percorsi lavorativi dei giovani poco lineari. I fondi pensione sono diventati così uno dei veicoli di investimento a medio termine più efficienti sul mercato.

Prendiamo a riferimento un portafoglio 50% titoli di stato – 50% azioni con un rendimento del 4% annuo al lordo della fiscalità. Se ottenuto all’interno di un fondo pensione, il rendimento al netto della fiscalità diventa il 3.56% (11% sul capital gain, zero Tobin Tax e zero imposta di bollo), mentre su un deposito titoli tradizionale il rendimento netto scende al 3,03%, con una differenza di oltre mezzo punto percentuale annuo! A questo vantaggio si aggiunge la possibilità di poter dedurre dall’imponibile l’importo versato al fondo pensione potendo usufruire di una tassazione al momento del riscatto (dopo minimo 8 anni di permanenza nel fondo) in misura del 23% anziché dell’aliquota personale. In caso di erogazione della prestazione in capitale o rendita e dopo una permanenza nel fondo di 35 anni la tassazione scende addirittura fino ad arrivare al 9%!

Anche da un punto di vista dei costi di gestione molti fondi pensione sono avvantaggiati rispetto ai fondi comuni di investimento; tale vantaggio che può arrivare anche all’1,5% annuo si aggiunge al trattamento fiscale vantaggioso. Il rendimento al netto della fiscalità e della commissione di gestione del fondo pensione in tale caso risulta essere il doppio rispetto a quello dell’investitore in fondi fai da te privato.  Gli svantaggi più importanti del fondo pensione rispetto al fondo comune sono sostanzialmente due: a) l’obbligo di iscrizione al fondo pensione di almeno 8 anni prima di poter richiedere il riscatto; b) il riscatto non può superare il 30% del montante, tranne che nei casi di acquisto/ristrutturazione prima casa e/o spese mediche dove la parte riscattabile può arrivare al 75%.

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