Fed, verso uno scenario di due rialzi nel 2016


Wall Street sembra avere uno spazio limitato verso l’alto, non solo per i livelli valutativi, ma anche per il fatto che ogni qual volta lo scenario migliora e si allenta l’avversione al rischio aumentano le probabilità che la Fed riprenda il percorso di rialzo dei tassi. Parola di Aldo Martinale, responsabile funzioni studi e analisi di Banca Intermobiliare. “A questo punto andranno esaminati con attenzione le previsioni sui tassi dei membri della Fed, i cosiddetti 'dots', che tuttora presentano un significativo disallineamento rispetto alle attese di mercato, e il messaggio che sarà fornito dalla Yellen in vista dei prossimi meeting. Resta probabile un aumento dei tassi entro il FOMC di giugno anche perché in autunno vi sono le elezioni presidenziali e la FED solitamente non si muove in prossimità della tornata elettorale”.

Commenta Didier Saint-Georges, managing director e Membro del Comitato Investimenti di Carmignac che "la Fed si trova in un vicolo cieco dal momento che nessuna politica monetaria disponibile è ottimale. Normalmente l'inflazione core degli Stati Uniti e i livelli di disoccupazione dovrebbero portare Janet Yellen a continuare la stretta sulla politica monetaria per non cadere dietro la curva. Ma i tempi non sono normali: l’economia americana sta iniziando a mostrare segni di rallentamento, rimane indebitata, fragile, in particolare per un dollaro più forte e una più debole economia cinese; le pressioni deflazionistiche globali rimangono forti. I mercati potrebbero ancora trovare qualche conforto nelle posizioni dovish della Fed, ma dovrebbero aprire gli occhi alla realtà economica retrostante”.  Più positivo Marco Vailati, responsabile Ricerca e Investimenti di Cassa Lombarda. “Nel complesso la Fed ha dato un messaggio accomodante lasciando invariati i tassi e reiterando che la politica di reinvestimento delle cedole e dei titoli che giungono a maturazione continuerà fino a quando la normalizzazione dei tassi non sarà ben avviata. In particolare, abbassando le sue proiezioni medie di crescita dei tassi e avvicinandole a quelle implicite nei prezzi di mercato, che tuttavia sono ancora inferiori, ha agito in modo conciliante. Ora la media delle proiezioni dei membri del FOMC (seppure frutto di singoli contributi piuttosto contrastanti) è per due aumenti di 0,25% entro la fine del 2016 (a dicembre erano quattro) mentre il mercato ne sta implicitamente scontando uno solo”.

Continua: “da un lato la Fed ha sottolineato che l’attività economica nazionale si sta espandendo a un ritmo moderato con solido miglioramento dell’occupazione e continuerà a farlo con un graduale aggiustamento della politica monetaria nonostante gli sviluppi economici e finanziari globali degli ultimi mesi, ma con dubbi che il recente rialzo dell'inflazione sia duraturo con esplicito riferimento all'impatto del petrolio sull'indice totale e sulle aspettative, piuttosto che l'indice core. Dall’altro lato ha anche enfatizzato che gli sviluppi economici e finanziari globali continuano a porre rischi al ribasso con un insolito esplicito riferimento al contesto internazionale”. In sintesi, la riduzione delle distanze tra le proiezioni di crescita dei tassi del FOMC e quelle implicite nei prezzi di mercato riduce l’incertezza e quindi dovrebbe far calare la volatilità. “L’impatto sulle azioni dovrebbe essere bilanciato tra i benefici della minor volatilità e la limatura dei tassi di crescita. L’impatto della minor crescita attesa e delle minori proiezioni di rialzi tassi è negativo per il dollaro e positivo per i treasury”, conclude.

Infine, secondo il market strategy di MPS capital services, “il risultato finale è il ripozionamento delle attese dei membri Fed verso uno scenario di due rialzi nel 2016, in luogo dei quattro prospettati a dicembre e dei tre che diversi analisti avevano ipotizzato prima dell’incontro. Per i mercati l’atteggiamento della Fed è suonato come un segnale di possibile continuazione del “risk-on”, con borse in rialzo, recupero di alcune materie prime maggiormente collegate al ciclo economico (rame in primis) e dollaro in generale deprezzamento. Quest’ultimo fattore ovviamente rappresenta un motivo di sollievo per i paesi emergenti, dal momento che rende meno minaccioso il debito in dollari. In prospettiva rimane in piedi l’ipotesi di una Fed che continua a segnalare l’intenzione di procedere a normalizzare i tassi, anche se il passaggio dalle intenzioni ai fatti appare arduo”.

 

 

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