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Etc e Etn si salvano dall’aumento della aliquota


Dalla spada di Damocle dell’aumento della tassazione in tema di rendite finanziarie, c’è qualcuno che si salva. Annunciata come una misura di redistribuzione fiscale dal governo di Matteo Renzi, infatti, dallo scorso 1° luglio le tasse sulle rendite finanziarie sono cresciute dal 20 al 26%. Si tratta del secondo rincaro in poco meno di due anni: col governo Monti, infatti, a cominciare dal 1° gennaio 2012, l’aliquota era salita dal 12,5 al 20%.

Ad esclusione dei Btp, nel ciclone sono finiti tutti i fondi di investimento siano essi a gestione attiva o passiva. Le nuove aliquote per la tassazione delle rendite finanziarie, infatti, danneggiano anche il comparto degli Etf. Ma se si va a guardare a Etc e Etn, invece, il discorso è diverso. A spiegarlo è Massimo Siano, responsabile del sud Europa di Etf Securities, il maggior fornitore di Etc (exchange traded commodities) in Europa, leader mondiale di Etp (exchange traded product) con 19 miliardi di dollari di masse in gestione. Chiarisce: "Gli Etc e gli Etn (exchange traded note) dedicati ai tassi, ai cambi e alle valute vanno sotto la voce ‘redditi diversi’ mentre gli Etf sotto quella ‘redditi da capitale’. I primi due sono infatti da considerarsi titoli atipici, si comportano come le azioni, rendendo possibile compensare le minus con le plus valenze entro quattro anni. Negli Etf questo non è possibile".

Un esempio? "Nel caso in cui, entro quattro anni, su 20mila euro di capitale investito se ne perdessero 10mila nella compravendita di un’azione e se ne guadagnassero 10mila nella compravendita di Etf, con la nuova tassazione non sarebbe possibile compensare le perdite. In questo caso, infatti, si dovrebbe pagare al Fisco 2600 euro. In altre parole, la perdita che si ha sull’azione non è compensata dal credito che proviene dall’Etf. Mentre, se al posto di un Etf ci fossero un Etc o un Etp, si potrebbero compensare i guadagni e le perdite proprio perché questi ultimi vanno sotto la voce ‘redditi diversi’ e al Fisco non si dovrebbe pagare niente”, conclude Siano.

È bene ricordare che con le ultime modifiche, i risparmiatori italiani si inseriscono a pieno titolo tra i più penalizzati al mondo. Il prelievo effettivo, infatti, è ben oltre la nuova aliquota del 26%. Dato che va aggiunta anche l’imposta di bollo dello 0,2 per mille che si applica sull’intero capitale investito. Senza contare la Tobin tax dell’1 per mille che si applica in caso di vendita di titoli di società italiane.

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