Equity USA, quanto durerà il rally?


Il titolo Apple, dal prossimo 19 marzo, entrerà nel Dow Jones. La società di Cupertino, con 736 miliardi di capitalizzazione, prenderà il posto della società telefonica At&t. E questo accade proprio nello stesso mese in cui il Nasdaq è arrivato a quota 5.000 punti, un picco raggiunto solo nel 2000, prima dello scoppio della bolla Internet. Ed ecco la domanda che molti professionisti finanziari si pongono in queste ultime settimane: quanto ancora gli indici azionari statunitensi potranno crescere? Tanto più che sono in atto cambiamenti di scenario imposti da una politica monetaria meno espansiva della FED e un dollaro che continua nella sua rivalutazione.

In effetti i primi sintomi di questo cambiamento sono già stati segnalati dalle performance: mentre in Europa l’indice DJ Stoxx600 da inizio anno è cresciuto del 15,42% (e il Dax a Francoforte sta segnando +20,33%), l’S&P500 è rimasto invariato a +0,34%. Le valutazioni in termini di P/E (prezzo/utili) si sono infatti capovolte con il Dax divenuto più ‘caro’ a 20x e l’S&P500 fermo a 18x. Dipende dalla logica del breve o del lungo periodo, inoltre il Nasdaq di oggi non è come quello di ieri. E se un tempo si compravano idee potenzialmente buone ma poco rafforzate dalla realtà dei profitti, oggi l’indice comprende molte azioni con una cassa e un tasso di crescita degli utili da far invidia a qualunque altro settore. Dalla voce comunque degli analisti americani sono molti i temi che darebbero loro confort nel mantenere la posizione azionaria sull’S&P500 anche nei prossimi mesi. “In primo luogo due fattori legati alle posizioni dei portafogli di investimento che mantengono un livello di liquidità elevato, dimostrando una prudenza già in atto e lontani da ogni possibile euforia”, spiega Corrado Caironi, investment specialist di R&CA. Aggiunge: “il secondo legato al sentiment: sembra si possano escludere sovrastime nelle aspettative di redditività.  Il confronto con i picchi di mercato sia del 2000 sia del 2007 dimostra inoltre tassi di indebitamento delle aziende estremamente ridotti e una migliore patrimonializzazione. Dobbiamo aggiungere che le società quotate hanno saputo ben sfruttare la politica espansiva della FED aumentando le posizioni di liquidità da utilizzare per le loro strategie di espansione. Dal punto di vista della distribuzione dei profitti oltre il 50% delle azioni offre un dividendo superiore al rendimento del Treasury 10y, con una media di payout dell’indice di poco superiore al 30%”.

Infine il tema del forte apprezzamento del dollaro. In questo caso Caironi preferisce concentrare la sua analisi sulla capacità di espansione domestica rispetto alla minore competitività verso i mercati esteri. “I dati dei gestori evidenziano che i consumi da servizi (affitti, spesa per le utilities, sanità, trasporti, educazione, comunicazione, ricreazione, ristoranti, alloggi, viaggi e cura della persona) sono rimasti incerti e anomali rispetto ai due precedenti cicli economici. Meglio si sono mossi i consumi discrezionali legati alle classi più agiate, meno pressate dalla crisi, e che hanno beneficiato della crescita degli asset finanziari. Le classi con reddito medio-basso solo ora sono sembrate in rafforzamento con le offerte di lavoro in forte crescita. I fattori di un ciclo anomalo sui consumi da servizi sono stati legati principalmente all’indebitamento delle famiglie e dalla bolla immobiliare dei sub-prime, con conseguente perdita di posti di lavoro”, spiega. La lentezza nel recupero dei consumi infatti è stata molto evidente: negli ultimi cinque anni l’aumento medio annuo di spesa nel settore consumi da servizi è stato dell’1,6%, al di sotto delle media dei due cicli precedenti ovvero del 3,2% negli anni 90 e 2,6% in quelli del 2000. Nell’ultimo trimestre del 2014 lo scenario è tornato ampiamente positivo con un tasso di crescita annualizzato dei consumi da servizio del 4,1%; il dato rispecchia anche le nuove assunzioni del settore: un circolo che si sta dimostrando virtuoso. 

E le previsioni sui mercati finanziari dell’area euro? 

“Sono sempre più ottimistiche: lo dimostrano i continui flussi di investimento sugli asset europei e la velocità di discesa degli spread dei governativi periferici rispetto al Bund tedesco”, afferma l’esperto. Riprendendo il motto degli strategist di portafoglio, “non si va mai contro la FED!” quando la banca centrale intraprende una decisione di politica monetaria, gli analisti finanziari dell’area euro ripetono che “non si può andare contro la BCE!” soprattutto dopo aver atteso per un tempo molto lungo le misure relative al QE l’acquisto dei Titoli di Stato. Eppure non mancano le voci di diffidenza di alcuni economisti. I punti cardine dello scetticismo riguardano in primo luogo i diversi orizzonti temporali che la politica monetaria non convenzionale prospetta differenziando il contraccolpo immediato dei mercati finanziari rispetto all’economia reale. I commenti precisano che “l’impatto di questa decisione sull’economia dell’area euro rimane incerto, così come è incerta l’efficacia in generale di queste politiche non convenzionali.

Molti studi che hanno esaminato le esperienze di Stati Uniti e Regno Unito nel corso degli ultimi anni arrivano a conclusioni diverse. Da questi studi si evince che le politiche patrimoniali tendenzialmente producono un effetto positivo sulla crescita e sull’inflazione. Tuttavia il loro impatto è incerto, variabile e probabilmente limitato”. Tra le preoccupazioni prese in considerazione sulla capacità di rilancio economico del QE è evidenziato il tema chiave del ribilanciamento dei portafogli finanziari; “la riduzione dei rendimenti induce ad una ricerca di ritorno meno attenta ai rischi e orientata all’aumento di posizioni di attività rischiose che in questo contesto vedono diminuire la loro volatilità implicita creando un effetto distorto dei ratio di volatilità complessiva del portafoglio”, dichiara Caironi. Quindi se da un lato il QE si traduce in una pura iniezione di fiducia che si sprigiona immediatamente nei mercati finanziari, dall’altra sarà solo un conferma effettiva degli obiettivi di crescita economica, e non solo della ripresa inflattiva, può consolidare i rialzi degli asset più rischiosi; in uno scenario enunciato dagli economisti dove potrebbero manifestarsi alcuni dubbi sull’efficacia degli interventi si potrebbero manifestare effetti di volatilità più elevata e di variabilità delle prospettive sui ritorni attesi sui portafogli.

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