Emergenti, la selezione è fondamentale. E sulla valuta locale ci sono opportunità


L’accodamento dei paesi emergenti alla politica monetaria espansiva delle banche centrali delle aree più sviluppate è stato importante vista la perdita di ‘momentum’ del tasso di crescita economica e la pressione al ribasso sui prezzi delle materie prime ed energia. Secondo il calcolo degli analisti americani dal 2008 (post Lehman) a inizio marzo i tagli dei tassi di interesse delle autorità monetarie nel mondo sono stati 556 conteggiando la Cina ad inizio mese e i due recentissimi di India (-25bps) e Polonia (-50bps). In relazione al buon andamento dei mercati obbligazionari, le economie emergenti sembrano aver scontato il possibile impatto dell’aumento dei tassi previsti dalla FED nella prossima estate e non temono neppure il rischio di debolezza della propria divisa, vista la scelta di molte banche centrali di proseguire la svalutazione con l’intento di posizionare a livello più competitivo le proprie esportazioni.

“Unico paese a distinguersi in questa fase di politica ‘accomodante’ è il Brasile che lo scorso 4 marzo ha alzato nuovamente il suo tasso di riferimento Selic di 50bps a 12,75%. Le preoccupazioni in casa brasiliana sono legate alla debolezza della valuta e ad un tasso di inflazione che non offre tregua all’autorità monetaria: l’ultimo dato di 7,36% su base annua è risultato in ulteriore aumento e lontano dal target di 6,5%”, spiega Corrado Caironi, investment strategist di R&CA. Da una breve analisi il quadro non è comunque facile da interpretare. Tra i paesi emergenti, in questi ultimi mesi, sono solo tre le economie che hanno mostrato una dinamica di crescita veramente positiva ovvero Tailandia, Cile e Messico; in fondo alla classifica troviamo Russia, Indonesia e Cina. “La maggior parte dei paesi sta proseguendo una politica monetaria accomodante con l’obiettivo di far scendere il costo dei finanziamenti e il valore di cambio della divisa preferendo la via breve monetaria rispetto alle riforme strutturali che vorrebbero un’intensificazione dei consumi interni in una logica di minor dipendenza dalle esportazioni”, continua.

In un mondo dove negli ultimi anni si è posto al centro il concetto di “deleveraging”, con una sostanziale diminuzione della leva finanziaria, anche il mondo emergente deve intraprendere con decisione gli impegni sulle riforme strutturali, pena un aumento del rischio di fronte ad una restrizione della liquidità che sebbene non si possa ritenere “improvvisa”, in quanto gestita dalle grandi banche centrali, sarà inevitabile come la normalizzazione dei rendimenti. “Il segnale che in queste settimane ha posto una maggiore attenzione agli investitori è proprio l’aumento della volatilità nelle valute emergenti; nonostante le valutazioni degli asset finanziari rimangano ancora interessanti nella maggior parte dei paesi, il flusso di disinvestimenti non è ancora cessato: ancora una volta la selezione rimane il fattore chiave per l’allocazione di portafoglio che guardi alle prospettive future e alle scelte strategiche dei governi”.

In poche settimane il processo di riduzione dei tassi di interesse in Asia ha ripreso a correre. Dopo Indonesia e Cina è toccato all’India dove la Royal Bank of India (RBI) continua nel suo programma di espansione monetaria con una nuova riduzione di 25 bps del tasso di riferimento Repo portandolo al 7,5%. “Il mercato è rimasto sorpreso per i tempi brevi dal precedente taglio di gennaio, anche se a questo punto crede in un ulteriore intervento nella prossima riunione RBI del 7 aprile prossimo. Gli analisti rimangono convinti che il processo di riduzione proseguirà con un calo di 100 bps nel 2015, anche se il punto chiave rimane il tasso di inflazione, atteso in discesa al 4,75% dal 5,1% di inizio anno. Un trend di inflazione inferiore al target permetterebbe un prolungamento dell’espansione monetaria anche nel 2016”, aggiunge Caironi. E afferma: “il mercato azionario indiano trova gli operatori ancora ottimisti sia per le stime dei dati economici che sulle riforme che il governo di Narendra Modi ha messo in agenda. L’indice azionario indiano Sensex in poco più di diciotto mesi è passato da 18000 punti agli attuali 29341 con una performance del 63%. Le prospettive a medio termine rimangono tuttora rosee; gli analisti sottolineano che la seconda economia più popolata al mondo dopo la Cina, stia infatti beneficiando del calo delle materie prime e della contrazione del Fiscal Deficit, con una previsione di calo al 3,9% nel 2016 (ultimo dato al 4,5%). I lavori sulle infrastrutture sono avviati e gli utili aziendali sono attesi in crescita nonostante il lieve innalzamento della pressione fiscale; il governo prevede un tasso di crescita del GDP nel 2015 intorno al 7,4%, in miglioramento rispetto al 6,9% del 2014”.

E la Cina? All’India fa eco la Cina che in questi giorni è impegnata nell’Assemblea Nazionale del Popolo; il target di crescita del GDP dichiarato dal primo ministro Li Keqiang per il 2015 è stimato ‘intorno’ al 7% con un tasso di inflazione al 3%. Il dato è il più basso dal 1990, anche se da tempo si è introdotto il concetto di “New Normal” da parte degli analisti, ovvero un tasso di sostenibilità a medio termine inferiore al trend storico, ma utile ad evitare shock di breve termine e un hard landing. “In questa situazione quindi il tasso di crescita economica indiana sembra poter superare quella cinese così come le prospettive sui mercati. Da questo punto di vista la PBoC, la banca centrale cinese, proseguirà nell’espansione monetaria mentre le divise dei due paesi continueranno a perdere terreno nei confronti del dollaro USA, che guarda invece al prossimo ritorno della politica restrittiva. Dal punto di vista delle valutazioni degli indici azionari, secondo i dati di Bloomberg, il multiplo P/E (prezzo/utili) dell’indice indiano Sensex risulta più elevato dello Shanghai Shenzhen CSI300 cinese, che rispettivamente negoziano a 20,7x il primo e 15,4x quello cinese. Ancora più interessante risulterebbe l’indice Hang Seng di Hong Kong che viene scambiato ad un P/E di 10,1x, anche se permangono tensioni politiche locali. Per avere conferma dell’avvenuto sorpasso nelle crescita economica tra i due grandi paesi asiatici dovremo aspettare almeno i dati del primo trimestre dell’anno e capire se i trend ormai tracciati manterranno ‘momentum’”, conclude.

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