Ecco perché preferire le azioni dei mercati emergenti rispetto ai bond


Gli investitori, si sa, sono a caccia di rendimento. E ora, un pò per una certa carenza di alternative, un pò perchè in ottica selettiva alcuni Paesi presentano buoni fondamentali, i mercati emergenti sembrano essere tornati in cima alle preferenze quando si tratta di costruire un’asset allocation. Spiega Antonio Sidoti, direttore delle vendite in Italia di WisdomTree Europe che “la ristrutturazione dei bilanci aziendali, la stabilizzazione delle commodity e dei mercati monetari, oltre a minori preoccupazioni riguardo a una decelerazione della Cina, rendono gli emergenti una possibilità interessante. Crediamo anche che i programmi di acquisto di titoli obbligazionari high-grade adottati dalle banche centrali sottraggano rendimento agli investitori, a meno che non si decida di assumersi rischi di credito e a termine nettamente superiori”. Pertanto la giusta strategia per approcciarsi ai mercati emergenti “dovrebbe puntare alla ricerca di reddito nel segmento azionario anziché in quello obbligazionario. Una strategia improntata al reddito azionario, semplice ed efficiente, che comprenda un paniere di titoli ad alto rendimento da dividendi, ampia e onnicomprensiva, offre un rendimento più elevato in presenza di una minore leva finanziaria rispetto alle obbligazioni high-grade”.

Molti dei titoli ad alto rendimento da dividendi offrono al momento possibili dividendi a premio rispetto ai rendimenti da rimborso delle obbligazioni corporate high-grade. “Ad esempio" continua Sidoti "poniamo a confronto il grado di leva finanziaria e il dividend yield dei titoli dell’Indice WisdomTree Emerging Markets Equity Income Index con gli emittenti corporate emergenti delle obbligazioni investment-grade denominate in dollari. Viene mostrato come in media, per i settori non finanziari, la strategia WisdomTree Emerging Market Equity Income abbia, rispetto all’universo delle obbligazioni societarie high-grade EM, una leva finanziaria inferiore, rendimenti più elevati (cioè, il rendimento da dividendi su base annua, ossia a 12 mesi forward,  supera i rendimenti da rimborso)".

Quali altri settori o aree geografiche sono da monitorare? Aggiunge Sidoti: “tra i mercati che potrebbero essere monitorati, citerei quello petrolifero. Il recente, quanto inatteso, annuncio dell’Opec sull’intenzione di limitare l’output di greggio ha modificato considerevolmente le dinamiche di breve periodo del prezzo dell’oro nero. Un quadro prima incerto, senza guida da parte dell’Opec, presenta oggi qualche traccia di stabilità dei prezzi in un contesto più disciplinato. Il recente impegno sarà messo alla prova al momento di definire i termini di un accordo vincolante in occasione del prossimo incontro ufficiale previsto per fine novembre”.

Ma anche se la notizia della nuova direzione dell’Opec ha gettato le basi per una maggiore stabilità dei prezzi rispetto alle turbolenze registrate sui mercati quando a gennaio il petrolio prezzava al di sotto dei 30 dollari al barile, permane un clima d’incertezza. “Con il rialzo dei prezzi anche il possibile incremento della produzione di shale oil negli Stati Uniti potrebbe rientrare tra i fattori dell’equazione, incidendo sull’offerta. Inoltre sussiste il rischio non trascurabile che, anche dopo ben due anni di negoziati, il cartello non riesca ancora a raggiungere un accordo definitivo”, precisa. E conclude, in materia di settore bancario: “ci aspetteremmo di vedere una volatilità continua. Lo vediamo riflettersi nei flussi di investimento della nostra piattaforma Boost, che fornisce anche esposizioni a leva e short alle banche europee”.

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