Ecco come fare performance col tradizionale investimento obbligazionario


Parla Arif Husain, head of international fixed income di T. Rowe Price, uno dei principali gestori degli investimenti al mondo, fondato nel 1937 negli Stati Uniti e cresciuto sino a raggiungere 764 miliardi di dollari patrimonio in gestione. Husain è anche gestore del Global Unconstrained Bond che a giugno ha compiuto un anno.

I tassi di interesse sono sempre più bassi quando non negativi, c’è lo spettro della Brexit, vige l’incertezza. Come collocare in questa fase l’investimento in obbligazioni, percepito ormai sempre più scarso o difficile da sfruttare?
In effetti i rendimenti sempre più bassi e spesso persino negativi spingono gli investitori a cercare nuove aree di opportunità al di là del tradizionale approccio legato al benchmark e l’obbligazionario a cui erano abituati non è più l’asset class di un tempo. Oggi è di centrale importanza ridefinirne il ruolo, in modo da evitare di assumersi rischi non voluti. Non bisogna dimenticare le qualità naturali del reddito fisso, un’asset class che, se la si sa trattare, resta focalizzata sulla generazione di ritorni stabili, con benefici a livello di diversificazione e di protezione. Infatti, la divergenza delle politiche monetarie, in una fase di aumento della volatilità, può creare opportunità interessanti.

Ce lo può spiegare?
Il mercato globale dei titoli di Stato è più che raddoppiato dal 2005, passando da 11.800 miliardi di dollari a 25.700 miliardi. Gli investitori con un accesso davvero globale ai mercati obbligazionari possono generare ritorni prendendo posizione su Paesi in fasi differenti dei rispettivi cicli dei tassi di interesse. Basti considerare che lo scorso anno, a livello mondiale, ci son stati 77 tagli dei tassi e 66 rialzi.

Lei è gestore del T. Rowe Price Global Unconstrained Bond. Come è costruito il fondo?
È un comparto che sfrutta la flessibilità e il vasto set di opportunità che sono alla base delle strategie svincolate dal benchmark per offrire agli investitori un approccio difensivo, con l’obiettivo di dare ritorni stabili o in rialzo nelle fasi di ribasso dei mercati azionari. Volatilità elevata vuol dire anche necessità di protezione e, dunque, il bilanciamento è fondamentale.

Quali sono le prospettive per il resto del 2016?
Al momento, guardando al resto dell'anno, siamo posizionati in maniera difensiva rispetto alle numerose e incombenti cause di rischio, tra cui il voto britannico sull’appartenenza all’Ue, il prezzo del petrolio e le continue speculazioni sui probabili rialzi dei tassi da parte della Fed. Negli ultimi tempi, le banche centrali in generale hanno esercitato un’influenza sui mercati superiore alla norma, ma questa situazione potrebbe cambiare in un prossimo futuro determinando violente oscillazioni di mercato. In definitiva, sembra esserci una divergenza tra i prezzi elevati a cui operano alcuni mercati finanziari e la crescita globale estremamente deludente. Sebbene possa derivare dalle distorsioni dei flussi di capitale, a un certo punto sarà necessaria una correzione. Inoltre, il clamore politico riguardo a Regno Unito, Stati Uniti, Spagna e Brasile non fa altro che aumentare l’incertezza. Per il momento, siamo posizionati in maniera da proteggere gli asset dei nostri clienti contro qualsiasi picco della volatilità e da aggiungere opportunità idiosincratiche di generazione di alfa ogni volta che le identifichiamo.

Quali sono state le vostre posizioni a forte convinzione che lo scorso anno hanno generato rendimenti?
Hanno incluso le posizioni corte nel Regno Unito e in Canada, con una buona performance nel primo caso, perché il mercato aveva scontato un rialzo dei tassi da parte della Banca d’Inghilterra che non si è poi verificato, e risultati positivi nel secondo caso per il crollo del prezzo del petrolio. Più di recente, abbiamo tratto vantaggio dalle posizioni lunghe in Svezia, Australia e Corea del Sud, dove le banche centrali hanno tagliato i tassi e sostenuto i mercati obbligazionari locali.

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