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È tempo di bond corporate e del debito emergente in valuta


I mercati finanziari stanno attraversando una fase transitoria e, complici anche le festività pasquali, hanno perso direzionalità nel movimento di recupero, soprattutto le borse europee. Mentre la Bce ha un approccio discutibile. Ecco dove trovare opportunità. Parla Aldo Martinale, responsabile funzioni studi e analisi di Banca Intermobiliare.
 
Dopo il netto rimbalzo dai minimi di febbraio, che ha portato diversi indici a contatto con significative aree di resistenza, e smaltita la reazione immediata agli importanti meeting delle banche centrali di metà marzo, qual è l’impressione?
Che i mercati finanziari stiano attraversando una fase transitoria e, complici anche le festività pasquali, abbiano perso direzionalità nel movimento di recupero, soprattutto le borse europee.

E sul lato macro?
Le novità sono poche, con indicazioni miste dal fronte dell’economia americana: lo scorso venerdì il dato finale relativo al Pil del quarto trimestre ha registrato un’altra revisione al rialzo (+1,4% contro la precedente lettura di +1%), mentre il dato sulle spese personali ha visto una correzione al ribasso del dato di gennaio. Un passaggio importante lo si avrà verso la fine della settimana con i dati sul mercato del lavoro americano, che acquistano ancora maggiore rilevanza dopo le indicazioni accomodanti giunte dall’ultimo FOMC e con l’ISM manifatturiero.

In questo contesto, cosa suggerisce?
Confermiamo la preferenza ad assumere rischio attraverso la componente obbligazionaria, sia corporate sia debito emergente in valuta, mentre optiamo per un atteggiamento di maggiore prudenza per la componente azionaria.

Rispetto al vostro posizionamento precedente, come vi ponete ora, anche in vista dello spettro Brexit?
L’atteggiamento di maggior cautela ha riguardato soprattutto l’Europa che, pur mantenendo diversi elementi di attrazione (fase più favorevole ciclo economico, banca centrale estremamente espansiva, valutazioni più attraenti), ha visto crescere ulteriormente il rischio politico. A questo proposito, la Brexit acquisirà progressivamente importanza con l’approssimarsi del referendum di giugno e l’incertezza resta molto elevata (nel weekend la Reuters ha riportato la notizia che 250 importanti uomini d’affari avrebbero sostenuto la campagna pro-Brexit). Nel frattempo restano alte le tensioni legate al problema dei flussi migratori, ulteriormente accentuate dal pericolo terrorismo, con il conseguente rischio di revisione degli accordi di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini. Senza tralasciare, la continua ascesa dei partiti/movimenti populisti, che obbliga i vari governi a fare spesso scelte nazionaliste e di breve termine.

Un esempio del rischio politico europeo lo si è avuto di recente anche sul sistema bancario italiano…
Sì, con il discutibile approccio utilizzato dalla Bce, che ha subordinato il via libera alla fusione tra la Popolare di Milano e il Banco Popolare ad un nuovo rafforzamento patrimoniale da parte di quest’ultimo. La decisione non è facilmente comprensibile, considerato che le due banche solo pochi mesi fa avevano superato ampiamente lo SREP condotto dalla stessa Bce e, di fatto, l’organo di vigilanza ha smentito il suo Presidente (Draghi in più occasioni aveva precisato che si era coscienti del fatto che il problema delle sofferenze richiedeva tempi lunghi per essere affrontato e che alle banche non sarebbe stato richiesto nulla di più di quanto effettuato con le verifiche dello scorso dicembre). L’approccio utilizzato trova probabilmente una parziale spiegazione nel fatto che essendo la fusione in questione destinata a diventare un benchmark per le future operazioni, l’autorità di vigilanza non ha potuto/voluto tenere in considerazione alcune specificità che caratterizzavano il Banco Popolare (elevata incidenza dei crediti garantiti e, quindi, copertura media delle sofferenze inferiore al sistema), che erano state sistematicamente avallate nelle verifiche passate.

Qual è la sintesi?
Resta il fatto che l’approccio utilizzato dalla Bce ha di fatto vanificato gli effetti positivi che sarebbero potuti derivare per l’intero sistema bancario italiano dall’avvio del processo di consolidamento.

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