Duration, currency, rating sono le leve su cui puntare


Da come vengono percepiti i mercati dell’area euro, in particolare l’indice azionario tedesco Dax che ha raggiunto il suo massimo storico superando gli 11mila punti, risulta un’evidente divergenza tra le stime macroeconomiche secondo gli economisti rispetto alle analisi dei fondamentali che gli strategist usano per le asset allocation di portafoglio. L’idea degli strategist configura il 2015 un anno di svolta per la crescita economica della zona euro al contrario delle proiezioni anemiche fatte dagli economisti che ritengono ancora veritiere le preoccupazioni sia sui rischi deflazionistici sia sulle scarse risorse finanziarie dei paesi periferici, due variabili che attraggono verso il basso l’asticella della crescita economica. Ma quali sono le stime del PIL 2015 per l’area euro? Secondo Corrado Caironi, investment strategist di R&CA, “il divario è molto ampio se si pensa che da un lato vengono proiettate previsioni di un +1% del PIL rispetto a quelle più ottimistiche degli analisti finanziari che spingono fino all’1,8% il risultato finale”.

Vediamo le ragioni che stanno guidando i flussi di investimento e che pesano maggiormente le stime più alte. Continua: “oltre ai due fattori chiave rappresentati dal calo del petrolio (- 35% tenendo conto del prezzo in dollari USA) e della svalutazione dell’euro (oltre il 20% sul dollaro), solo questi due temi porterebbero un +1% sul dato del 2014, i punti chiave sono almeno altri due. Nel dettaglio: un allentamento della politica monetaria che ha finalmente visto un aumento del credito a famiglie e imprese (+ 19 mld euro nell’ultimo trimestre 2014); un aumento della fiducia dei consumatori che vedono le risorse rilasciate dal calo del petrolio un aumento del reddito disponibile in aggiunta all’aumento di reddito reale; la crescita annua del reddito nominale da lavoro dovrebbe salire al 3%”. Gli analisti sottolineano inoltre che nonostante i dati positivi che man mano entreranno nelle statistiche la BCE terrà fortemente il timone nel senso di una politica monetaria accomodante in sintonia con una minore austerità dei conti dei governi. Anche in questa discussione si giocherà la ripresa del ciclo: una politica economica dell’area euro che possa dimostrare risultati positivi dall’azione centrale attraverso stimoli, come quelli annunciati nel piano Junker, ancora troppo limitati. “La sfida alla crescita economica non può essere solo legata alle riforme strutturali, che ne sono comunque la spina dorsale, ma devono trovare i giusti stimoli per far ripartire gli investimenti e rimettere al lavoro le persone che lo chiedono. 

E i portafogli?

Dal punto di vista dei fondamentali è evidente che dietro la mossa della BCE ci sia un effetto reflazionistico, ma la prospettiva consegnata da Draghi di acquisti mensili continuativi rimane un driver troppo alettante per non prendere posizione”, spiega. Gli analisti pongono comunque cautela sia per gli effetti statistici storici che dimostrano periodi di prese di beneficio che alzano la volatilità del mercato, ma anche per alcuni temi tecnici che riguardano i due diversi mercati obbligazionari, Euro e USA, come solo ad esempio la differente mole di emissioni e negoziazioni, gli spread di negoziazione e la liquidabilità degli asset, nonostante l’idea che vi possano supplire le banche centrali. Duration, currency, rating possono allora essere le leve su cui puntare per fare performance. Spiega Caironi: “interessanti si sono dimostrati i titoli ibridi, che presentano caratteristiche simili alle obbligazioni, ma molto diversi nelle garanzie contrattuali quali la remunerazione delle cedole e/o del rimborso del capitale. Con la nuova responsabilità patrimoniale affidata al sistema bancario gli strumenti ibridi in caso di difficoltà dell’emittente diventano azioni, con i medesimi rischi. La vecchia regola che le banche non possono fallire perché ‘sistemiche’ (bail-out = lo Stato interverrà in soccorso) volge verso le procedure fallimentari e mette a rischio persino i deposti (bail-in = una perdita di valore a tutti i livelli di partecipazione)”. Intanto alcuni gestori stanno pensando di prendere profitto dai corporate bond europei spostandosi su quelli USA, possibilmente dello stesso emittente, e ancora possibilmente con una duration più bassa: un arbitraggio che mantiene fermo il rating. Nonostante la FED cerchi di smorzare i toni sul futuro aumento dei tassi di interesse, il mercato è molto affollato e sembra offrire meno ritorni e più rischi; forse rimane uno spazio aperto sul terreno della currency. 

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