Draghi, la BCE e la sindrome di Stoccolma


Confidiamo in Draghi e nella BCE per le nostre scelte di investimento? Diciamo di no, non perché escludiamo che le misure attese (per esempio, riduzione dei tassi sui depositi, condizioni ancora più vantaggiose per il TLTRO, acquisto di ABS) saranno efficaci, ma perché riteniamo di fare al meglio il nostro lavoro sia mantenendo il nostro focus sul valore intrinseco dei titoli, sia proponendo investimenti che abbiano un importante contenuto di diversificazione rispetto al coro del consenso.

Uno degli aspetti più interessanti dei mercati finanziari di questi ultimi tempi è quanto sia diffusa la convinzione che i prezzi non siano frutto di una libera - benché magari non sempre efficiente - valutazione del mercato: è difficile, se non impossibile, trovare un operatore di mercato che ritiene che i prezzi non siano fortemente condizionati dall’operato delle banche centrali. Uno degli effetti del perdurare di questo stato artificiale è quello dell’assuefazione, ovvero il fatto che i mercati siano così dipendenti dagli stimoli di politica monetaria da averne bisogno in dosi sempre più massicce. Le decisioni “non tradizionali” delle banche centrali sono state così da tempo assunte come il motore che determina l’andamento dei mercati finanziari, né alcuni istituti centrali hanno fatto mistero riguardo al fatto di aver assunto esplicitamente il livello delle attività finanziarie come una delle leve del loro operare. Fin qui forse non c’è troppo da stupirsi: del resto anche prima del QE (il quantitative easing) l’attività delle banche centrali con riguardo ai tassi di interesse era una delle variabili più valutate. Meno ovvio è il comportamento di fronte a questa situazione: sostanzialmente gli operatori di mercato si dividono tra chi ritiene di dover assecondare le banche centrali e chi ritiene di prepararsi al peggio, quando il mercato non potrà più credere al bluff dell’onnipotenza delle banche centrali.

In questo contesto, il paragone che più ci viene in mente per descrivere la situazione corrente è quello della sindrome di Stoccolma, che è lo stato psicologico per cui un soggetto prova un sentimento positivo nei confronti del proprio carceriere, fino ad una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e persecutore. Insomma, il mercato sa di essere vittima della financial repression che vede la partecipazione attiva delle banche centrali e nel contempo le ritiene il proprio miglior amico. Tra poco potremmo dover pagare per tenere i nostri soldi sul conto corrente e questa sarebbe una buona notizia.

Cosa abbiamo dunque da offrire in questa epoca di bassa volatilità e riflessi pavloviani al cenno delle banche centrali? Prima di tutto, il mantenimento della lucidità nel moderno gioco dell’economia finanziaria globale e la resistenza all’abbandonarsi alla “benevolenza” della Banca Centrale. In secondo luogo, la difesa del focus sul valore, sapendo che anche le nostre scelte non sono indipendenti dall’espansione monetaria globale, ma che almeno incorporano già dei rischi che offrono delle opportunità. 

L’alternativa? Ancora quella, seguire la BCE e restare tranquilli (?) con il BTP a 5 anni che oggi rende l’1,13% lordo.

Buon meeting della BCE.

Società

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