Draghi come Don Chisciotte?


Tutti i rischi al ribasso emersi nell’ultima parte del 2015 si sono materializzati all’inizio del 2016. Negli Stati Uniti l’attività manifatturiera si è indebolita a tal punto che questo settore dell’economia è entrato in recessione. In Europa la crescita ha accelerato, ma la bassa inflazione costringe la BCE ad espandere freneticamente la politica monetaria. In Cina i deflussi di capitali e l’indebolimento del renminbi rivelano la presenza di tensioni finanziarie e alimentano il rischio di un contagio asiatico. In questo contesto, l’espansione del QE in Europa è del tutto inefficace. 
 
In Europa si registra un continuo miglioramento della crescita, con i consumi privati sostenuti dal calo della disoccupazione e dal livello relativamente elevato della fiducia dei consumatori, ma permangono alcune differenze tra i paesi membri dell’eurozona, che si riflettono in percorsi di crescita divergenti: in Spagna e in Italia i consumi privati rimarranno robusti, poiché il loro livello è ancora contenuto rispetto al periodo precedente la crisi finanziaria globale. Segnali di fatica si osservano in Germania e, in misura minore, in Francia. Sul versante degli investimenti, l’allentamento delle condizioni creditizie e il miglioramento del credito alle imprese non finanziarie sono due fattori incoraggianti; manca però ancora un vero catalizzatore per un’autentica ripresa degli investimenti. Rispetto agli Stati Uniti, la produzione manifatturiera dell’area euro dovrebbe continuare a espandersi, come segnalano tutti gli indicatori anticipatori. Anche su questo fronte si rileva una divergenza tra gli Stati membri dell’eurozona. Stando agli ultimi dati disponibili, l’attività industriale si è stabilizzata in Germania mentre si è rafforzata maggiormente in Francia, Spagna e Italia. La crescita rimane dunque debole, disomogenea e fragile, anche se in miglioramento. A confronto con la Cina e gli Stati Uniti, è sorprendente che l’economia dell’eurozona, pur evidenziando una migliore performance, sia in procinto di ricevere un nuovo stimolo monetario.
 
Negli Stati Uniti la Fed ha avviato un ciclo di inasprimento, mentre in Cina la PBoC è restia a varare un’ulteriore espansione monetaria a causa dei deflussi di capitali. Perché allora Mario Draghi è tanto impaziente di attuare un nuovo allentamento delle condizioni monetarie? Il Presidente della BCE ribadisce a chiunque sia disposto ad ascoltare che il target d’inflazione è l’unico obiettivo perseguito da Francoforte. "Abbiamo il potere, la volontà e la determinazione di agire. Non vi sono limiti all’uso che siamo disposti a fare degli strumenti rientranti nel nostro mandato per conseguire il nostro obiettivo di un tasso d’inflazione inferiore ma prossimo al 2%", ha dichiarato Draghi durante la conferenza stampa seguita all’ultima riunione sulla politica monetaria. Come abbiamo sostenuto più volte, la cosiddetta lowflation è un fenomeno globale che non può essere affrontato solamente da una banca centrale regionale, per quanto potente possa essere.

Mario Draghi ricorda per certi aspetti Don Chisciotte. L’eroe del romanzo di Cervantes, a cavallo del suo sfinito destriero Ronzinante, attaccava i mulini a vento scambiandoli per feroci giganti: Mario Draghi, dal canto suo, usa un quantitative easing ormai esausto per combattere la feroce minaccia della deflazione. Ancora più preoccupante per noi è il ruolo di Sancho Panza, il leale scudiero di Don Chisciotte, nel quale vediamo analogie con il ruolo dei mercati nella nostra interpretazione moderna del romanzo. Sancho Panza è pienamente consapevole che il suo signore ha una percezione distorta del mondo, ma lo segue comunque. Per i mercati un’espansione monetaria equivale a un aumento delle quotazioni azionarie e obbligazionarie.

Gli operatori di mercato hanno anch’essi una percezione distorta del mondo, in particolare quando si tratta di aspettative d’inflazione. Gli attuali prezzi del petrolio presentano un’evidente correlazione con le aspettative d’inflazione a 5 anni sia negli Stati Uniti che in Europa. Questo solleva due domande pressanti: è realistico che il prezzo odierno di un barile di petrolio, il cui livello nessuno aveva previsto, possa essere un indicatore predittivo dell’inflazione tra 5 anni? E la BCE è realmente in grado di spingere i prezzi del petrolio in una direzione o nell’altra con un’espansione del quantitative easing o un ulteriore taglio dei tassi in territorio negativo, di modo che il tasso d’inflazione aumenti e leaspettative d’inflazione smettano di diminuire? La risposta in entrambi i casi è chiaramente 'no'. Ma un ulteriore allentamento monetario contribuisce senz’altro a mantenere artificialmente contenuto il valore della moneta unica, ad aiutare i governi a rinnovare il proprio debito e a finanziare riforme strutturali a condizioni convenienti, nonché a fornire credito a basso costo all’economia europea. Si tratta di fatto di una politica monetaria favorevole alla crescita e non vincolata da un’elevata inflazione. È probabile che durante la riunione del 10 marzo la BCE annunci una nuova riduzione dei tassi e un aumento degli acquisti di attività. A meno che non si registri un rincaro del petrolio, eventualità alquanto remota.

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