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Distribuzione europea? Né facile, né veloce, né a buon mercato


1,5 milioni di euro. È quello che costerebbe, ad esempio, ad un SGR con domicilio nel Regno Unito commmercializzare e distribuire i suoi fondi negli altri 27 Paesi dell'Unione Europa, più la Svizzera. E questa cifra rappresenta solo i costi regolamentati d'ingresso: si aggiungerebbe un altro 1,4 milioni di euro di costi periodici per la distribuzione transnazionale. "Per le società di gestione, e specialmente, per le boutique, l'onere normativo imposto dall'Ue (AIFMD, MiFID II, ecc), è così costoso che la regolamentazione diventa di per sé un ostacolo allo sviluppo del settore", spiega Dominic Johsons, presidente del New City Initiative (NCI), think thank che raggruppa 49 SGR internazionali con presenza in Europa (soprattutto in Gran Bretagna, e Francia).

Il report Asset management in Europe: The case for reform, elaborato con la collaborazione di Open Europe, afferma che "nonostante l'introduzione di un 'passaporto' che dovrebbe consentire alle società autorizzate da uno Stato membro di sviluppare il loro business in tutta l'Ue - almeno nel caso dei fondi UCITS e AIFMD- ci sono ancora ostacoli normativi e amministrativi a livello nazionale che rendono difficile massimizzare i benefici di un mercato unico". Questi costi aggiunti, che variano di molto da Paese a Paese, includono concetti come il pagamento di diritti per il trattamento del passaporto comunitario, la nomina di agenti di pagamento locali, la traduzione della documentazione di fondi o  le spese legali. Il rapporto rileva che in alcuni Paesi, come l'Italia, soddisfare i requisiti fiscali stringenti è particolarmente gravoso.


Meno oneri

Di fronte a questa situazione, gli autori chiedono l'eliminazione delle barriere nazionali nella distribuzione di fondi domiciliati in altri Stati membri "perché vanno contro lo spirito del mercato unico e l'idea stessa di passaporto europeo" e affermano che "le SGR appartenenti alla Ue sarebbero più disposte a pagare i costi della regolamentazione, se venisse garantito un accesso totale e veloce ai 28 Stati membri". E aggiungono tre raccomandazioni che potrebbero migliorare la competitività del settore dei fondi pan-europeo. Per cominciare, "i fondi UCITS diretti solo a investitori professionali dovrebbero essere esentati dall'obbligo di nominare un agente di pagamento locale e di tradurre la documentazione nella lingua dei Paesi in cui vengano  distribuiti", oltre ad essere sottoposti a meno rigorosi obblighi di informazione.

In secondo luogo, il rapporto sostiene che le SGR appartenenti all'UE che non commercializzano i propri fondi in altri Paesi dell'UE dovrebbero essere soggetti a un regime di regolamentazione meno restrittivo, dato che non fanno uso del passaporto.
Infine, per quanto riguarda la direttiva europea sui gestori di fondi alternativi, si propone di aumentare il patrimonio minimo che obbliga a rispettare i requisiti di AIFMD dagli attuali 100 a 500 milioni di euro, e che "l'impatto delle società più piccole nella stabilità finanziaria globale è poco cosa "ma, tuttavia, sono costrette a rispettare gli stessi requisiti deelle società di gestione con un patrimonio più grande.

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