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Cosa ci stanno dicendo i mercati


Commento a cura di Aldo Martinale, responsabile direzione advisory di Banca Intermobiliare.

Le indicazioni giunte nelle ultime settimane del 2016 e nei primi giorni del nuovo anno hanno ulteriormente rafforzato le aspettative sullo scenario macro: i dati sono stati positivi sia con riferimento alle grandezze consuntive che riguardo agli indicatori anticipatori. Significativo soprattutto il miglioramento che è emerso dagli indici PMI, con il Global Manufacturing PMI che si è portato a 52.7, sui livelli massimi degli ultimi tre anni (da notare che nell’ambito dei Paesi sviluppati la sola Grecia è rimasta al di sotto della soglia di espansione di 50).

Tuttavia, se da un lato in queste ultime settimane lo scenario pro-crescita si è ulteriormente rafforzato, dall’altro questo rafforzamento non si è più di tanto riflesso sul comportamento delle varie asset class. Wall Street ha sostanzialmente lateralizzato, i rendimenti obbligazionari hanno ritracciato, con il decennale americano che si è riportato al di sotto della importante soglia del 2.5%, il dollaro non è riuscito ad accelerare, anzi l’eurodollaro si è riportato al di sopra della soglia di 1.05 e abbiamo assistito ad un rimbalzo dell’oro.

Va detto che i mercati finanziari avevano iniziato a scontare uno scenario di maggiore crescita e inflazione a partire dalla fine dell’estate, con una netta accelerazione dopo la vittoria di Trump alle presidenziali americane. In alcuni casi i movimenti erano stati piuttosto bruschi e repentini andando probabilmente ad anticipare in modo rilevante l’evoluzione dello scenario macro e, di conseguenza, era fisiologica una fase di assestamento, probabilmente anche favorita dal periodo festivo.

Al di là di questa fase di consolidamento di breve termine, in questo contesto che dovrebbe vedere un rafforzamento del ciclo economico globale e il passaggio di testimone (soprattutto negli Stati Uniti) dalla politica monetaria a quella fiscale, in linea teorica la componente azionaria dovrebbe avvantaggiarsi in termini relativi. Sembra andare in questa direzione anche il miglioramento del momentum sugli utili, che negli ultimi mesi sono tornati a evidenziare una revisione positiva delle stime, grazie soprattutto al contributo di tre fattori: il miglioramento del quadro macro, l’allungo del petrolio e delle materie prime e il rialzo dei rendimenti obbligazionari.

Detto questo, vi sono alcuni aspetti che non possono essere trascurati:

- Wall Street, con un P/E forward di 17x, sconta già in misura rilevante la futura crescita dei profitti (compresa l’attesa riduzione della pressione fiscale che dovrebbe essere messa in campo dalla nuova amministrazione americana), mentre non sta incorporando alcun premio per il rischio sulle numerose novità che dovrebbero essere introdotte da Trump;

- le Borse europee, che incorporano un maggior premio per il rischio, devono continuare invece a fare i conti con un elevato livello di incertezza politica e con un 2017 che a questo riguardo si presenta denso di delicati appuntamenti, a partire dalle elezioni francesi di fine aprile-inizio maggio.

Nelle prossime settimane un passaggio fondamentale potrebbe essere rappresentato dall’insediamento di Trump che avverrà ufficialmente il prossimo 20 gennaio. Considerando le aspettative già piuttosto elevate, non si può escludere che un eventuale ulteriore allungo dei mercati in occasione dell’insediamento possa essere seguito da una fase di prese di profitto.

In questo contesto riteniamo più attraente il profilo rischio-rendimento dell’azionario emergente: i Paesi emergenti non traggono sicuramente vantaggio da un dollaro forte e da tassi americani in rialzo, ma stanno evidenziando fondamentali in miglioramento (sia con riferimento ai dati macro che riguardo agli utili societari), valutazioni decisamente attraenti (sia rispetto alle medie storiche che in termini relativi rispetto agli altri mercati) e un posizionamento piuttosto scarico. 

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