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Cos'è successo in Cina quest'estate


A quasi un anno di distanza da quel maledetto lunedì nero per la Cina (era il 25 agosto del 2015), sembra che almeno parte della fiducia nelle Borse del Paese sia stata recuperata. Nonostante questo, il suo tasso di crescita solleva ancora molti dubbi guardando i dati sulla produzione industriale, le vendite al dettaglio, gli investimenti e la concessione di credito che deludono il consensus. Per questo il FMI ha ridimensionato le sue previsioni di crescita per il gigante asiatico che si aggirano intorno al 6,6% nel 2016 e al 6% nel 2020.

In più, la Banca Popolare Cinese (PBoC) ha fatto sapere che l’offerta di moneta relativa al mese scorso è cresciuta al ritmo più lento registrato da aprile del 2015. Ma Jun, capo economista dell’istituzione, ha precisato che le riserve valutarie cinesi si erano stabilizzate intorno a 3,201 bilioni di dollari a luglio, segno che il tasso di cambio dello yuan stava raggiungendo il suo equilibrio, secondo quanto riporta Bloomberg.

Secondo Nick Peters, gestore di Fidelity, i dati economici cinesi “continueranno a essere cruciali per giudicare come le autorità stanno gestendo la transizione della loro economia”. A tal proposito, ritiene che “l’aumento dei prezzi delle materie prime dovrebbe ridurre la deflazione dei prezzi alla produzione e dare una spinta al settore industriale del Paese”. La sua conclusione generale è che “la Cina dovrebbe stare tranquilla per adesso, ma potrebbe riattivare la volatilità nei mercati, specialmente dopo il deprezzamento costante della sua divisa rispetto al dollaro negli ultimi mesi”.

Ulteriori stimoli?

Aidan Yao e Shirley Shen, del team Research & Investment Strategy di AXA IM, credono che la debolezza dei dati macro possa essere attribuita in parte al fatto che il Paese ha vissuto di recente le sue peggiori alluvioni dal 1998 che da giugno hanno provocato danni alla metà del Paese: “Il rallentamento degli investimenti in beni immobili ha fatto notizia data la caduta della crescita sui dodici mesi da un 1% all’8,1%.  È qui che le calamità naturali avrebbero avuto un impatto maggiore, fermando la produzione industriale e ritardando le scelte di investimento”. Anche se entrambi gli esperti ammettono che gli indicatori rivelano “un deprezzamento generalizzato e improvviso nell’economia”, aggiungono che “considerando l’aggravante delle alluvioni, la speranza è che questa debolezza sia compensata, almeno in parte, con una conseguente ricostruzione nei prossimi mesi”.

Sulla base di questa tesi, Yao e Shen si aspettano che la crescita economica continui la sua decelerazione nel secondo trimestre del 2016. “L’elemento chiave di questo rallentamento è la nostra aspettativa che il mercato immobiliare si raffreddi. Infatti, l’aumento delle vendite di immobili ha già raggiunto livelli massimi a maggio e sta iniziando a esercitare una pressione al ribasso sulla costruzione”, precisano.

Alle preoccupazioni sul modello di crescita attuale gli esperti aggiungono “la dipendenza dell’economia dagli stimoli ufficiali e dal credito”. Secondo loro l’esempio più evidente sta nella differenza tra gli investimenti di beni immobili da parte del settore pubblico (22%) e quello privato (2,1%), se si considera, inoltre, che i primi ricevono agevolazioni fiscali. A tal proposito, l’eclatante reazione degli investitori a questa mole di dati non è passata inosservata: lo scorso 15 agosto i titoli cinesi hanno battuto massimi di sette mesi vista la possibilità che la PBoC approvasse un nuovo pacchetto di stimoli. Successivamente, l’agenzia di rating Moody’s ha aumentato le sue previsioni di crescita sul Paese dal 6,3% al 6,6% nel 2016 e dal 6,1% al 6,3% nel 2017, prevedendo l’annuncio di un pacchetto di stimoli fiscali e monetari significativi, come riportato dalla CNBC.

Anche da AXA IM segnalano che l’aumento della concessione di credito, sebbene abbia subito un rallentamento, si trova ancora significativamente al di sopra della crescita del PIL nominale, “il che fa pensare a continui problemi nella scorretta allocazione del capitale”. “Risolvere questo problema richiederà un duro intervento da parte del governo con riforme che potrebbero pesare sull’economia nel breve periodo”, avvertono gli esperti. La loro previsione è che il governo continuerà a combinare una politica fiscale proattiva con una politica monetaria prudente per far sì che la crescita raggiunga l’obiettivo previsto per quest’anno.

Qualche certezza

Tra tutte queste voci e previsioni, l’unica certezza per gli investitori è stato l’ok alla fusione tra le Borse di Shenzhen e Hong Kong, la cui implementazione è prevista per la fine dell’anno. “L’approvazione di questo piano dimostra che la riforma del mercato del capitale in Cina è sulla buona strada. Eliminando la quota aggregata dai rapporti commerciali sia di Shenzhen che di Shangai con Hong Kong, sospettiamo che Pechino avesse in mente l’inclusione degli indici MSCI, dato che l’accesso limitato era una delle principali preoccupazioni”, commenta Nicholas Yeo, director & head of equities (Cina/Hong Kong) di Aberdeen.

Yeo sostiene, tuttavia, che la cosa più importante non sia l’inclusione delle azioni cinesi di tipo A negli indici MSCI ma che “questo piano dimostra che la Cina è aperta agli investitori stranieri che scommettono maggiormente sulle compagnie quotate nella regione continentale, che a sua volta potrebbe vedere una riduzione della sua dipendenza da investitori retail”.

L’esperto di Aberdeen non si aspetta un ingresso improvviso di capitale straniero nelle compagnie quotate a Shenzhen per due motivi: le loro valutazioni sono più elevate rispetto a quelle di Hong Kong e il rallentamento in Cina è un deterrente. “È più probabile che i fondi si incamminino verso l’altra direzione. Gli investitori della Cina continentale sono ancora disposti a diversificare i propri asset all’estero. Una conseguenza di qualunque volatilità è che possiamo quindi sfruttare il deprezzamento a Hong Kong con partecipazioni nel lungo periodo”, afferma Yeo.  

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