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Corsi e ricorsi della stagnazione secolare


Commento a cura di Hans Bevers, chief economist, Degroof Petercam Asset Management.

Con i Paesi occidentali ancora alle prese con i duri effetti della Grande Depressione, l’economista americano Alvin Hansen arrivò a sostenere che l’economia stava facendo i conti con uno squilibrio ormai cronico causato da una mancanza di capitali da destinare agli investimenti e da una alta propensione al risparmio. Prospettive demografiche deboli e insufficienti opportunità di investimento minacciarono di spingere l’economia in una spirale permanente di crescita relativamente lenta, in combinazione con tassi di interesse molto bassi. La seconda guerra mondiale ha poi ribaltato completamente questa prospettiva. L’economia di guerra messa in moto dal governo degli Stati Uniti ha assorbito l'eccesso di risparmio privato, e il tasso di disoccupazione è sceso dall’11% nel 1940 all'1% nel 1942. Inoltre, il dopoguerra è stato caratterizzato da investimenti pubblici nelle periferie, da tassi di fertilità più elevati, dall’applicazione in ambito civile della tecnologia bellica e da una forte ripresa dei consumi.

La paura di Hansen si dimostrò infondata, e il termine stesso di stagnazione scomparve per anni. O almeno così era sembrato. L’americano Larry Summers, ex capo economista della Banca Mondiale, ha resuscitato la teoria nel 2013. E, purtroppo, da allora, l’esperienza di questi anni sembra confermare alcuni punti chiave del pensiero di Hansen. Otto anni dopo l'inizio della Grande Recessione, la ripresa economica globale stenta ancora, i dati demografici non sono incoraggianti e i tassi di interesse nominali sono i più bassi di sempre. I tassi reali sono ora in territorio negativo investiti da un trend strutturale ribassista partito nel lontano 1980, quando i dati demografici erano ancora incoraggianti e la spesa privata era spinta dall’indebitamento.

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Ma mentre uno scenario di stagnazione secolare è chiaramente possibile, non è certo inevitabile. Una situazione di stagnazione secolare presenta molte analogie con la “trappola della liquidità”. Anche qui, il risparmio in eccesso rispetto agli investimenti porta a un ribasso dei tassi reali. La differenza è che, rispetto alla stagnazione secolare, la “trappola della liquidità” rappresenta una situazione comunque temporanea. Oggi è quasi impossibile sapere cosa ci attende. Ciò che è certo, è che una politica fiscale più espansiva è ciò che il medico avrebbe prescritto in entrambi i casi. Si parla tanto, ad esempio, di digitalizzazione, intelligenza artificiale e di robotica. È diventato semplicemente impossibile ignorare cosa sta accadendo sul fronte dell’innovazione e a che velocità. Ma come tutto questo si traduce in produttività o in posti di lavoro è tutta un'altra questione.

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