Con Trump una crescita media annua di +0,21% del Pil per i prossimi 10 anni


Sebbene la vittoria repubblicana sia stata completa (presidente, camera e senato) si ritiene, secondo gli esperti, improbabile una piena implementazione degli aspetti più estremi del programma elettorale di Donald J. Trump. In particolare, in quanto parzialmente invisi agli stessi repubblicani (storicamente avversi al debito pubblico), aspetti legati a guerre commerciali, blocco immigrazione e incremento deficit.

Un atteggiamento più conciliante è infatti anche quello emerso dalle prime dichiarazioni pubbliche del nuovo presidente. Dice Marco Vailati, responsabile ricerca e investimenti di Cassa Lombarda: “il programma economico del nuovo presidente Trump si stima possa comportare una crescita aggiuntiva media annua di +0,21% del Pil per i prossimi 10 anni. Questo impatto dovrebbe conseguire dal mix della riduzione delle tasse individuali (+0,25%), della riduzione delle tasse societarie (+0,05%) e della rimodulazione della spesa pubblica (-0,09%). Mix che determinerebbe anche un aumento del debito pubblico di oltre 7.000 miliardi di dollari”. Anche se si tratta tuttavia di stime ancora puramente ipotetiche perché i numeri dipenderanno anche dall’elasticità della domanda (di reaganiana memoria) e, soprattutto, dai compromessi che negozierà il presidente con le camere.

L’unica evidenza nell’immediato è l’aumento dell’incertezza che crea volatilità e movimenti anche erratici dei prezzi. Continua: “a seguire dovrebbero tornare a prevalere i fondamentali, che stanno registrando un miglioramento macro. Per la prima volta dal I trimestre 2015 si sta chiudendo un trimestre con variazione annua degli utili positiva. Perciò nel brevissimo, sulla scia dell’incertezza, potrebbero prevalere dei movimenti di risk-off a scapito degli asset rischiosi (borse e spread) che potrebbero però generare un'interessante vicina opportunità di acquisto in quanto i fondamentali in miglioramento non dovrebbero venire stravolti. Questo risk-off favorisce l’oro e le valute rifugio (soprattutto yen mentre Usd invece si rafforza contro tutte le emergenti e in generale le valute ad alto rendimento) ma solo nel brevissimo termine”.

Superata la brevissima fase di turbolenza, la maggiore crescita dovrebbe sostenere l’azionario e portare anche inflazione con la Fed in azione e quindi il dollaro dovrebbe puntare nuovamente alla parte bassa del suo trading range (1.05) per poi indebolirsi successivamente quando muterà la politica monetaria della Bce”. E aggiunge: “gli spread corporate dovrebbero soffrire. I titoli inflation linked invece dovrebbero andare relativamente meglio dei titoli nominali. Nel mondo azionario il probabile “steepening” delle curve obbligazionarie dovrebbe favorire i settori ciclici rispetto ai difensivi. I mercati emergenti (azioni, governativi e cambi), dopo aver sofferto nella fase turbolenta, dovrebbero tornare a beneficiare dal sostegno dei fondamentali in miglioramento (con distinguo per i paesi più indebitati, che soffriranno comunque il rialzo tassi, e di quelli più legati all'interscambio con gli US, che soffriranno il possibile protezionismo)”.

Nel più lungo periodo c'è il rischio che la possibile direzione comunque più protezionista e isolazionista della nuova amministrazione americana conduca a un calo della crescita mondiale. Inoltre, la politica fiscale americana sarà complicata dalla dinamica demografica che porterà tendenzialmente il debito ad aumentare velocemente dal prossimo quinquennio. Questi due rischi sono potenziali impatti negativi per la borsa e la valuta americana ma saranno da considerare nel medio periodo.

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