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Buona la raccolta per i grandi fondi ma è quasi nulla per il venture capital


Cresce il numero delle operazioni del private equity in Italia ma solo per pochi fondi. Al primo semestre del 2015, secondo l’indagine di AIFI (associazione italiana del private equity e venture capital) gli investimenti si attestano a quota 1.787 milioni di euro, è buona la raccolta di mercato ma solo per pochi grandi fondi. Mentre è quasi nulla la raccolta per il venture capital. “Il mercato ha registrato, anche in questo semestre, una sua vivacità con la crescita del numero delle operazioni. Se il mercato del private equity può dirsi in costante crescita, quello del private debt e quello del venture capital devono ancora superare lo scoglio del fundraising che, di fatto, blocca la possibilità per questi fondi di partire e investire nell’imprenditoria italiana”, afferma Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI.

Il primo semestre 2015 è in linea con i primi sei mesi dell’anno precedente, se guardiamo appunto all’ammontare investito che si attesta a 1.787 milioni di euro (erano 1.890 milioni al 30 giugno 2014). In crescita invece il numero delle operazioni che passa da 139 nei primi sei mesi dello scorso anno a 168 del semestre 2015 (+20,9%). Il segmento early stage segna il maggior numero di deal (53); segue il buyout con 51 operazioni per un ammontare investito pari al 63,9% del totale; l’expansion segna 43 operazioni. I dati di raccolta sono positivi: il fundraising di mercato segna un importante dato che registra un +206,1% a 1.328 milioni di euro rispetto ai 434 milioni del primo semestre 2014. Questo valore deriva dal closing di tre grandi fondi di private equity che, da soli, hanno rappresentato il 90% del totale dei mezzi raccolti. In Italia torna prevalente la raccolta domestica con 760 milioni (57,2%) rispetto ai 568 milioni raccolti dall’estero (42,8%). Precisa Cipolletta: “gli investitori individuali e i family office sono stati la principale fonte con il 30% del totale; seguono le banche, con il 23,1% e assicurazioni e fondi di fondi rispettivamente con il 14,3% e il 14,1%. È ancora scarsamente presente il contributo di fondi pensione e casse di previdenza”.

Scorrendo i dati, inoltre, si vede come continua a essere difficile la raccolta per il venture capital che, nel primo semestre di quest’anno, è stata quasi nulla. Lo stesso dicasi per il private debt, il cui obiettivo di 2,5 miliardi di euro è ancora lontano. Il primo semestre ha registrato poi un dato sul fundraising pari a circa 40 milioni di euro. Le iniziative in fase di avvio sono circa venti. Sono cresciuti inoltre i disinvestimenti, sia nel numero sia nell’ammontare. Si parla di 99 exit (+45,6%) per 1.914 milioni di euro (+116,1%) rispetto alle 68 pari a 886 milioni di euro del primo semestre 2014. Il Mezzogiorno resta un ambito geografico di interesse per il venture capital: nel corso del 2014, il Private Equity Monitor (PEM) ha mappato tre soli investimenti in operazioni di later stage; mentre un dato più confortante è rappresentato dagli investimenti nelle fasi di early stage delle aziende: 10, infatti, sono le operazioni che hanno interessato il Mezzogiorno, un dato in declino rispetto al 2013 ma superiore rispetto al passato meno recente, “a conferma del fatto che le manovre a sostegno dell’investimento in capitale di rischio (come quella del Fondo High Tech per il Mezzogiorno), se ben strutturate, sono in grado non solo di offrire un significativo impulso al mercato, ma anche di diffondere una cultura finanziaria in grado di radicarsi nel sistema imprenditoriale”, commenta Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI. Dopo il fondo hi-tech sono state promosse altre iniziative di matrice pubblica che stanno supportando gli investimenti in attività di venture capital come ad esempio il fondo di fondi per il venture capital del fondo italiano d’investimento e il progetto smart & start Italia di Invitalia. 

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