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Brexit, e ora?


Questa volta non si tratta di semplici previsioni o indiscrezioni: ci sono una data ufficiale e un biglietto di sola andata per il Regno Unito fuori dall’Unione europea. È stata fissata per il 29 marzo, infatti, l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola il recesso degli Stati membri dall’UE. E qualcuno pare abbia iniziato seriamente a fare valigie e scatoloni. Del resto, già nei giorni successivi al referendum, tenutosi lo scorso 24 giugno, il ‘totometa’ era tra gli argomenti più discussi in un clima di agitazione e poca chiarezza. A distanza di mesi, tuttavia, l’ufficializzazione della data per l’avvio dei negoziati ha rispolverato la questione. Secondo quanto riportato da Bloomberg, infatti, i manager di Goldman Sachs e Morgan Stanley starebbero pensando a un ricollocamento del personale in altre città europee mentre la testata Business World, a sua volta, ha fatto sapere che fonti di Barclays, Morgan Stanley e Bank of America stanno pianificando di incrementare la propria presenza a Dublino.

Insomma, un Brexodo, seppur graduale e di dimensioni contenute, potrebbe non essere più solo una supposizione. Funds People ne aveva già parlato con Paul Smith, presidente e amministratore delegato del CFA Institute. L’esperto si era detto scettico riguardo a un esodo di massa dalla City ma riteneva probabile che con il tempo si sarebbe assistito a una ridistribuzione di alcuni servizi finanziari verso altre aree all’interno della zona euro, soprattutto Francoforte e Dublino.

La data prescelta per l’avvio dei negoziati cadrà solo quattro giorni dopo le celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, che si terranno il 25 marzo. A far notare lo scherzo del destino è David Greene, portfolio manager di Pioneer Investments. Ma l'aspetto che preoccupa maggiormente l’esperto non ha tanto a che fare con l’inizio della Brexit quanto con i segnali di malcontento provenienti dalle altre nazioni che compongono il Regno Unito: "I politici nazionalisti dell’Irlanda del Nord hanno proposto un referendum per l’unità irlandese. Il rischio di uno smembramento del Regno Unito sta crescendo”, dice Greene.

Parallelamente, Nicola Sturgeon, prima ministra scozzese, ha espresso la volontà di  convocare un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. “Questo complica il già difficile compito di Theresa May”, sottolinea l’esperto, che tuttavia aggiunge che, vista la fitta agenda elettorale europea, “sarà difficile notare un effettivo progresso nei negoziati finché non saranno chiuse le tornate elettorali”.

Anche David Zahn, head of European fixed income di Franklin Templeton è più preoccupato per la questione Scozia in quanto ritiene che “l'attivazione dell'articolo 50 avrà un impatto minimo sui mercati”. “La richiesta del governo scozzese di un voto per l’indipendenza non dovrebbe sorprendere visto il sostegno che il Paese ha mostrato in passato nei confronti della permanenza del Regno Unito nell’UE. Ma il momento scelto per avanzare questa proposta non sarebbe potuto essere più scomodo per Theresa May. Anche la semplice prospettiva di un voto del genere contribuirebbe al senso di incertezza che incombe su tutto l’iter della Brexit”, conclude Zahn.

Concordano gli esperti di Allianz Global Investors, per i quali possibilità di un secondo referendum scozzese “rappresenta un’altra potenziale fonte di instabilità politica all'interno del Regno Unito”. Stessa cosa per le richieste dell’Irlanda del Nord: “Mentre il governo britannico vuole mantenere aperto il confine tra Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, le pretese irlandesi potrebbero portare a una nuova sfida costituzionale, con una nuova frontiera tra Irlanda e Gran Bretagna”. I prossimi due anni, aggiungono dalla società tedesca, saranno chiave per capire che piega prenderanno i negoziati. Lo scenario attuale, comunque, rappresenta un punto di partenza complicato, “considerando anche i prossimi appuntamenti elettorali che metteranno a dura prova l’Europa nel corso del 2017”.

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