Asset manager internazionali in Italia: le dinamiche dei mercati finanziari (parte I)


Diversi esperti dell’asset management sostengono che, nel 2017, le migliori aree geografiche da tenere d’occhio per una profittevole asset allocation di portafoglio siano l’Europa e i Paesi emergenti. In linea con questo pensiero sono anche i partecipanti alla tavola rotonda organizzata da Funds People, che ha messo attorno ad un tavolo cinque responsabili di alcuni degli asset manager internazionali presenti in Italia, con l’obiettivo di spiegarci quali sono state, e che impatto hanno avuto le dinamiche dei mercati del 2016, le prospettive di mercato future, quali asset allocation di portafoglio risultano ottimali per le singole società e le esigenze della clientela italiana nel 2017.

Value vs Growth

Quello passato, soprattutto da giugno in poi, è stato un anno che ha visto diverse rotazioni settoriali nei portafogli, passando quindi dalle strategie growth a quelle value. Per alcune società, che da sempre hanno fatto della strategia growth il loro marchio di fabbrica, questi movimenti hanno rappresentato la sfida principale del 2016, come ci spiega Gabriella Berglund, responsabile Italia di Comgest, la quale sostiene che contrariamente alle previsioni, Brexit non ha avuto un impatto significativo sul mercato, a differenza della vittoria di Trump che è stata il fattore catalizzatore di questa rotazione settoriale. La manager fa notare anche come le prospettive di crescita comincino ad aumentare, così come la crescita degli utili delle società value, essendo passate dal -2% al +18%, aggiungendo anche il recupero delle materie prime, e in particolare l’aumento del prezzo del petrolio. “Guardando ai price earnings ratio (P/E), c’è stato un grosso re-rating di queste società, mentre ad inizio anno il loro price earnings ratio era intorno al 13,5, un valore non particolarmente a buon mercato. Possiamo quindi ritornare a considerare anche le società di tipo growth, e da queste ci aspettiamo una crescita degli utili intorno al 10%”, afferma Berglund.

Petrolio e politica

Per Luca Gabriele Trabattoni, country head Italy and Mediterranean Countries di Union Bancaire Privée (UBP), il 2016 è stato un anno in cui i fattori determinanti per l’andamento dei mercati finanziari sono stati variabili esogene che dipendono esclusivamente da eventi politici. L’esperto ne analizza due in particolare: il prezzo del petrolio che dipende da numerosi fattori geopolitici e la politica. Per quanto concerne il primo, i Paesi produttori aderenti all’OPEC, e quelli non aderenti, hanno trovato, secondo Trabattoni, “un accordo non detto”, in quanto tutti erano interessati ad avere un prezzo del petrolio più alto, che ha permesso di riportarsi, a fine 2016, su valori che tutti sostengono essere più equi, ossia un range compreso tra i 40 e i 60 dollari. Questo ha fatto sì che a beneficiarne siano state tutte le economie dei Paesi emergenti, soprattutto in termini di afflussi verso l’asset class, in quanto tali economie sono molto dipendenti dalle materie prime. Riguardo alla politica invece, il manager, in linea con Gabriella Berglund, sostiene che la Brexit abbia portato un’iniziale sorpresa digerita rapidamente dai mercati, manifestando un “no-event” sotto il profilo dell’andamento dei mercati. Riguardo a Trump invece, il country head di UBP considera i risultati delle elezioni americane del tutto inaspettati, evidenziando le difficoltà che il neo-presidente degli Stati Uniti è costretto ad affrontare lungo il suo percorso, come è successo ad esempio al suo piano contro l’immigrazione dei Paesi arabi, bloccato da un giudice delle Hawaii.

L’evento petrolio del 2016, ha dato vita a dei nuovi sottogruppi, separando da una parte i Paesi emergenti che producono ed esportano energia, dall’altra quelli che la importano e hanno un’economia manifatturiera. Secondo Gianluca Maione, country head di Investec AM, questa è la prima spaccatura di un insieme che già era sbagliato ritenere omogeneo. Ad aggiungere un ulteriore suddivisione tra i Paesi emergenti, è l’introduzione dei dazi da parte dell’Amministrazione Trump, dando vita ad altri due sottogruppi di Paesi, quelli che sono in grado di sostenere questa penalizzazione e quelli che faranno fatica a far fronte alla stessa. “La variabile chiave, sotto questo punto di vista, sarà soprattutto il peso dell’export verso gli Stati Uniti sull’export totale di un determinato Paese”, afferma Maione. Da quest’analisi, il manager fa il punto tra le economie che, a suo parere, saranno penalizzate, come il Messico, data la sua alta percentuale di export destinato agli USA (80%), e quelle economie che dispongono di una bilancia commerciale decisamente più forte, e che sono in grado di sostenere l’eventuale penalizzazione derivante dalle politiche di Trump, come l’India, il Brasile, l’Indonesia e l’Ungheria. Maione vede però un principale beneficiario di queste politiche, a suo parere piuttosto paradossale, ovvero la Russia, dato il rafforzamento del rublo e una mitigazione delle sanzioni ocidentali verso questo Paese. “Anche la Cina è tra quei Paesi che ha la forza sufficiente per non essere penalizzata dall’imposizione dei dazi. Uno dei motivi principali è la riconversione della propria economia verso l’interno e quindi tutto ciò che è rivolto ai consumatori cinesi rispetto al vecchio modello, incentrato sull’esportazione di prodotti a basso valore aggiunto”, conclude il manager.

A mettere maggiormente in evidenza l’evento politico italiano del 2016, ovvero il referendum costituzionale di Renzi, includendolo tra gli shock di mercato dell’anno, è Paolo Sarno, country head Italia di La Financière de l’Echiquier, concordando comunque sul minore impatto degli eventi politici rispetto alle attese auspicate. Dal suo punto di vista, la view per il 2017 e abbastanza positiva, “soprattutto dopo l’elezione, con un risultato superiore alle attese, di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica Francese. L’interpretazione più positiva della dinamica europea viene così confermata dai mercati, sui quali dovremmo assistere a un’accelerazione dei flussi che erano già tornati a convergere verso l’Europa al termine del primo turno elettorale”, afferma Sarno.

Il fixed income

Dando uno sguardo alla componente obbligazionaria dei portafogli, per Donato Giannico, country head di Raiffeisen Capital Management, ci sono delle asset class che sono sostanzialmente arrivate, in particolare quelle della parte governativa e corporate della categoria fixed income. A detta del manager, la volatilità è aumentata, e crede che, “quello che abbiamo visto negli ultimi 10-15 anni si riproporrà in futuro, anche con maggiori livelli di volatilità. Sotto questo punto di vista, gli eventi politici non hanno inciso molto sul mercato. In passato, abbiamo osservato più pressione sui bond rispetto all’equity. Il nostro timore è che i prossimi problemi possano arrivare dall’equity, le forecast sugli utili sono ancora robuste, per cui anche se i prezzi sono alti, il mercato è ancora sostenibile”, sostiene l’esperto.

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