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Fintech revolution: cambiare la finanza


Negli ultimi mesi, il mercato ha visto incorporare attori di tipo innovativo, che propongono nuovi strumenti con impatti dirompenti su processi e servizi, cambiando i modelli di business in modo pervasivo. “Mentre la tecnologia ha come obiettivo quello di cambiare il mondo, il fintech invece ha come obiettivo quello di cambiare la finanza”, è su questa premessa che Andrea Beltratti, academic director executive master in Finance presso SDA Bocconi, ha aperto le danze del Fintech Revolution, il seminario organizzato in partnership da State Street, Intesa Sanpaolo, Generali Investments e Thomson Reuters, sulle implicazioni della digitalizzazione per i modelli di business delle istituzioni finanziarie, tenutosi lo scorso venerdì 9 giugno a Milano.

Al seminario, ha preso parte anche Paolo Sironi, della divisione Wealth Management and Investment Analytics di IBM, che si è soffermato sulla digitalizzazione della conoscenza in ambito finanziario. L’esperto evidenzia un importante dato che mostra come nel 2025 il settore finanziario avrà il 50% in meno dei dipendenti a livello globale. Un dato certamente scioccante, che lascia pensare quanto sostanzialmente il mercato sia in una fase di cambiamento come mai si era vista prima. A cambiare sono i modelli di business dei financial services, dove la tradizionale banca occidentale lascia un modello di transazione per un modello di servizio. Fino a qualche anno fa, il timore per il settore era quello di vedere una forte polarizzazione dei servizi bancari, fenomeno attenuato dalla tecnologia, che facilita e semplifica il mercato, dove chi prima era considerato un produttore, ora cambia profilo, diventando un impacchettatore di prodotti. Il Regolatore chiede quindi alle banche di cambiare, generando un bisogno manageriale. Questi repentini cambiamenti sono dati dal fatto che le istituzioni bancarie erano ormai diventate troppo complesse, e i robo advisor sono ciò che porterà alla semplificazione della banca.

Sironi spiegha inoltre come negli anni ’50, le famiglie americane investivano e si arricchivano, questo perché erano offerti prodotti semplici, in un mercato efficiente, simmetrico e snello. Neli anni ’80, i mercati vengono quindi deregolamentati, diventando asimmetrici, e dando vita a prodotti più complessi. Oggi invece, ci sono prodotti e mercati complessi, che hanno bisogno di maggior trasparenza. È tuttavia inevitabile che in seguito alla crisi del 2009, si sia ridotto il “trust” tra le famiglie e il mondo finanziario, ed è per questo motivo che la trasparenza gioca un ruolo di fondamentale importanza.

Sono oltre 750 le nuove aziende nate dal 2011 ad oggi a livello internazionale con oltre 26,5 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti. Sono le startup fintech, che aprono la competizione con gli attori tradizionali, e in particolare quelli bancari, creando anche opportunità di collaborazione e incorporazione. Società che diffondono le Application Program Interfaces (API), infrastrutture che consentono alle organizzazioni di diventare più “aperte”, di integrarsi con nuovi attori e di modificare il proprio assetto.

Una di queste è Buddybank (Unicredit Group), il cui founder Angelo D'Alessandro, insieme a Massimo Mazzini, responsabile Marketing e Sviluppo Commerciale di Eurizon Asset Management, hanno preso parte alla tavola rotonda conclusiva del seminario, associando il ruolo del fintech all’asset management. In particolare quello del risparmio gestito è un settore dove la digitalizzazione ha avuto un impatto sui processi relativamente lento rispetto agli altri settori, impatto che alla fine è senz’altro utile sia per la distribuzione che per la gestione, nonché per i back office operativi delle società. “Le banche dovrebbero utilizzare il fintech per accelerare il processo di cambiamento del modello. In questo cambiamento è rivolto al cliente, dove il consulente è posto indirettamente al centro del progetto, perché questa figura rappresenta chi, alla fine, si interfaccia con la clientela finale”, ha concluso Mazzini.

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