A gennaio l’Eurostoxx 600 ha chiuso a +7,16% mentre l’S&P500 a -3,1%. Ecco perchè


In uno scenario di prolungata euforia per gli operatori dell’area euro, dopo l’annuncio del QE, gli strategist hanno iniziato a chiedersi quali potrebbero essere i prossimi scenari in un mercato finanziario che sembra aver già scontato tutte le buone idee di investimento ipotizzate solo poche settimane fa. A fare da propulsore ai mercati azionari non possono che essere gli utili societari e in questo caso la debolezza dell’euro ha già dato vita a un’ottima reazione degli indici dell’area, mentre l’S&P500 è tornato sotto i 2000 punti proprio sull’ulteriore rafforzamento del dollaro USA. Ma a fare veramente impressione sono i rendimenti dei bond: da inizio anno molti benchmark obbligazionari hanno nettamente surclassato le performance dell’azionario, galvanizzati dalle prospettive di acquisto della BCE e della nuova ondata di liquidità pronta a invadere i mercati.

“Tra le idee di investimento ancora operative c’è la ricerca di buoni dividendi a cui si affidano gli investitori dei fondi high dividend. Sul tema occorre dire che la BCE ha voluto ammonire i banchieri al rispetto dei parametri patrimoniali mantenendo una visione prudenziale sui bilanci futuri, frenando le ambizioni degli azionisti di poter beneficiare di ampie distribuzioni degli utili”, spiega Corrado Caironi, investment strategist di R&CA. Continua: “l’elezione in Grecia del nuovo governo Tsipras ha invece penalizzato il mercato finanziario locale, così come l’avviso di nuove sanzioni al governo russo a seguito delle problematiche relazioni con l’Ucraina”. I due paesi, alle prese con pesanti prospettive finanziarie interne, si sono affidati alle relazioni diplomatiche: da parte della Grecia per un forte impegno di negoziazione con la Troika, e per la Russia la ricerca di equilibrio finanziario dopo la svalutazione del rublo, il forte ribasso del petrolio e il declassamento del debito a junk bonds di S&P. L’autorità monetaria russa si è rivolta al mercato provvedendo inaspettatamente a un taglio dei tassi di interesse, riportandoli al 15% dal 17%, anche se le preoccupazioni per una perdita di controllo dei prezzi ha visto contrapposte le prospettive negative economiche e l’impennata dell’inflazione: un mix che torna a dare pressione alle riserve valutarie del paese. 

Come si sono ribilanciati i portafogli?

Con l’ultima chiusura di gennaio sono ormai chiari alcuni riposizionamenti di portafoglio da parte dei gestori. A farne le spese ancora le materie prime che rimangono vincolate al movimento rialzista del dollaro e alle previsioni di crescita economica non sempre concordanti. “A tale proposito è evidente il circolo vizioso che vede la discesa dei prezzi al consumo riflettersi su dati di inflazione sempre più contenuti e da qui la preoccupazione di un eccesso di offerta che incide sulle stime di tutti i sottosettori: energy, metalli industriali, soft commodity. C’è solo il recupero dei metalli preziosi”, aggiunge Caironi. A livello azionario, buoni i flussi del mese sulla zona euro con gli indici che sono stati tonificati dagli annunci di intervento della BCE (in gennaio l’Eurostoxx 600 chiude a +7,16%) in contrapposizione ai mercati statunitensi (-3,1% per l’S&P500) che devono fare i conti con il rafforzamento del dollaro (+6,8% da inizio anno sull’euro). Anche se in generale i mercati emergenti si sono comportati bene (MSCI World val loc. + 2,01%), si sono distinti molto positivamente tutti gli indici asiatici, mentre sono stati penalizzati alcuni mercati di Latam e Est Europe.

Il QE ha invece accelerato la riduzione dei rendimenti e degli spread su tutti i comparti obbligazionari. “Gli acquisti validati dalla banca centrale, che inizieranno dal prossimo marzo, sono stati di fatto anticipati dagli operatori istituzionali, presi in contropiede dalle scelte coraggiose di Mario Draghi”, precisa l’esperto. A fine gennaio il Bund si presenta con un rendimento ai minimi storici dello 0,30%, rispetto a 0,54% di inizio anno. Oltre ai titoli sovrani europei il flusso di investimento ha preso di mira anche i Treasury decennali statunitensi che da inizio anno scendono di ben 53bps attestandosi all’1,64%, mantenendo comunque un ampio divario con il Bund. Il presidente della FED, Janet Yellen, nella conferenza stampa dopo il FOMC ha tergiversato sul tema del rialzo dei tassi di interesse, mentre il comunicato stampa sottolineava il rafforzamento dell’economia del paese, l'ottimo andamento dell’occupazione e la sostenibilità di una politica monetaria più restrittiva. Conclude: “a sostenere comunque gli operatori obbligazionari sono i dati sull’inflazione che rimane abbondantemente sotto target nelle aree sviluppate. La preoccupazione degli analisti è sul risveglio della volatilità che potrebbe rimettere in gioco questi primi ribilanciamenti dell’anno”.

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